Hanno tutti ragione

Sembra che abbiano tutti hanno ragione quando parlano. Parole di miele, parole brutali. Frasi colorite, frasi fatte, frasi finite; eufemismi, la colorita aneddotica, il fascino di una storia… Proiettili di vernice per imprimere orecchie e corteccia. L’ascolto può essere fascinoso, può rapirti: può portarti in mondi di infinita plausibilità dove il Duce ha risolto tutti i problemi e tutti gli arabi giacciono riversi con le mosche agli occhi. Posti dove la Juve attende invano la compiacenza del fischio dal dischetto, dove i parlamenti esplodono ricolmi di carne e speranza. Racconti di universi finalmente riusciti. Come dare torto alla loro compiutezza morale? Come si può invece essere d’accordo con le mancate svolte della realtà volgare che hanno impedito a questi meravigliosi paradisi di realizzarsi?
Hanno tutti ragione dentro le loro bolle di sapone. Ragioni asfissiate. Ragioni morte.
La ragione è sempre un’altra. Non è quella proveniente da quell’inferno allattato da pappette di telegiornali, sentimentalismi musicali e filmini porno che è la loro mente. Il loro senso è lo stesso di una boccata di merda. La stronzata: possiede sinonimi meno volgari, ma peccano di scarsa incisività nella pronuncia e nel significato. C’è modo e modo per i contenuti mentali di manifestarsi; e – proprio come negli intestini dei mammiferi complessi – percorrono certe vie obbligate. La stronzo per esempio si sa da dove esce. Ha una forma coerente, però variabile. A volte è liquido, e si tenta di darla a bere; più spesso sono tocchi disconnessi che si attorcigliano di fila; più raramente è frutto di un unico ed estenuante sforzo. Così è la stronzata. È scorrevole, spontanea e immediata; senonché sempre di merda si tratta. Ovvero scarti. Nocivi, buoni solo per coloro che sono vegetali o piante.
La stronzata ha delle caratteristiche sgradevoli prevalenti, ma assolve ad importanti funzioni individuali; cionondimeno procura un certo piacere e senso di sollievo. Chiunque declami una stronzata quasi subito si sente “scaricato” e piacevolmente soddisfatto. I motivi sono diversi: l’illusione della propria importanza, ritenere di aver detto la propria, avere un proprio momento di sfogo. Non è intenzionale, è sempre un impulso viscerale. Delle viscere, appunto.
Per maggiori informazioni, cito l’incipit dal saggio di Harry G. Frankfurt “Stronzate. un saggio filosofico”

Uno dei tratti salienti della nostra cultura è la quantità di stronzate in circolazione. Tutti lo sanno. Ciascuno di noi dà il proprio contributo. Tendiamo però a dare per scontata questa situazione. Gran parte delle persone confidano nella propria capacità di riconoscere le stronzate ed evitare di farsi fregare. Così il fenomeno non ha attirato molto interesse, né ha suscitato indagini approfondite. Di conseguenza, non abbiamo una chiara consapevolezza di cosa sono le stronzate, del perché ce ne siano così tante in giro.

Era il 1986. E adesso ci stupiamo dal costatare che siamo circondati dalla merda. Di solito è chi segue il gregge che finisce col calpestarla. Ma la merda è ovunque. E sopratutto è inevitabile. Come è potuto succedere?

Le stronzate sono inevitabili ogni volta che le circostanze obbligano qualcuno a parlare senza sapere di cosa sta parlando. [...] Questa discrepanza è comune nella vita pubblica, in cui le persone sono spesso spinte – vuoi dalle proprie inclinazioni, vuoi dalle richieste altrui – a parlare in lungo e in largo di materie nelle quali sono, in grado maggiore o minore, ignoranti. Questioni strettamente correlate emergono dalla diffusa convinzione che in una democrazia ogni cittadino debba avere un’opinione su tutto, o almeno su tutto ciò che attiene alla gestione della cosa pubblica della propria Nazione. L’assenza di qualunque legame significativo tra le opinioni di una persona e la sua comprensione della realtà avrà conseguenze ancora più gravi, non occorre dirlo, per uno che ritenga sia sua responsabilità, in quanto coscienzioso agente morale, valutare eventi e condizioni in qualunque angolo del mondo.

In quanto a stronzate, la sciùra Brunilde da sola vale il PIL di un piccolo stato africano. Se soltanto tutti noi fossero meno affezionati alle nostre deiezioni… La chiamavano democrazia. Invece tutto quello che abbiamo imparato a fare del fetish con la coscienza.

stronzata

Ovunque, ma non qui

L’adolescenza fa schifo.
Alti e bassi senza stabilizzarsi mai, di bipolarità pura. Come ricordano tre allegri ragazzi morti, coincide con la guerra. Senza pace, e se non ci perdi un fratello comunque ti fotte il cervello.
L’adolescenza è l’incubazione rannicchiata dell’incognita adulta. L’adolescenza continua, ma siamo troppo impegnati a studiare, lavorare, ricorrere le multe morose e pagare i mutui a tasso variabile perché ce ne accorgiamo. Adolescenti impegnati. Adolescenti che invecchiano.
L’adolescente comincia nella forma di uno sfortunato ibrido: benedetto dalle meraviglie di un corpo fresco e contaminato da una patologica dipendenza dagli altri. I meravigliosi sbalzi dell’adolescenza interrompono l’idillo del fanciullo che qualunque cosa facesse provava gioia. Ora si ritrova bruto e timoroso: timoroso non di giudizi qualsiasi, ma del giudizio dei suoi pari. Cioè di gente che della vita ne sa quanto un animale domestico o come Kasper Hauser. E di questo immenso potere, capace di decidere del destino di un essere umano, di un loro simile, ovviamente non possono non abusarne. Un potere capace di inaugurare atroci gara forsennate di conformismo e di individuazione, indifferentemente: lo scopo è essere più uguale degli altri.
Gli adolescenti col tempo imparano a comportarsi bene. A fare le stesse cose che vengono loro insegnate, a preoccuparsi un attimino per qualcuno. Diventano come a noi. Sono noi: mai liberati dai vecchi difetti, dal condizionamento; ancora pieghevoli passivi ai voleri di una moltitudine, flirtando con valori categorici e ballerini. Siamo spesso insofferenti, crudeli e taglienti. Sbuffiamo nel fare le cose che non vorremmo, non proviamo alcun piacere a conoscere cose nuove. Allora la vita si trascina come un’ombra che si allunga e si dilegua nel fragile furore di piccoli soprassalti.
Gli adolescenti ogni tanto diventano genitori. Diventiamo genitori. Similmente peggio, con tutte le migliori intenzioni. Genitori che vorrebbero risparmiare le stesse sconfitte ai figli ottenendo l’effetto di insegnare loro a perderle. «Un giorno questo dolore ti sarà utile» è molto più di un brutto cliché, è una profezia mal formulata: sarà quel giorno che proverai dolore e sarà del tutto inutile.
Ma oggi è un altro giorno, si pensa. Oggi è ancora da sballo. Con la prescrizione senza il dosaggio. Bipolare come prima: è la seduzione dell’inferno che si manifesta, è la delizia del paradiso che ci volevano nascondere. È la vuota astinenza. È stordirsi fino a non capire più chi siamo. Felici come i fiori e altrettanto consapevoli. Il niente. Come prima, più di prima. Punto a capo.
Qualunque cosa scegliamo, noi adolescenti pensiamo che solo gli assoluti – non ha importanza che siano opposti o incoerenti – possano salvarci, che possano recuperare un brandello di significato. Uno qualunque. Come si supera il dramma di dare un senso alla propria esistenza? Qualcuno supera il dilemma della propria esistenza, qualcun altro fa in tempo a terminarla prima di riuscirci. Qualcuno ci rimane tutta la vita, qualcuno smette subito. Personalmente, non vedo l’ora che finisca. Vorrei trovarmi ovunque, tranne che qui.
Poi, a volte penso di guardarmi attorno… Immagino molti uomini e donne intenti e indaffarati. Solo su alcuni però vale la pena soffermarsi. Appaiono felici di quello che fanno, come se a loro non mancasse nulla. E allora mi sembra di capire. Che tutto quello che troviamo da fare, è da fare finché ne siamo in grado, con tutte le nostre forze, con tutto il nostro spirito. Perché non ci sarà più né attività, né ragione, né scienza, né sapienza giù nella polvere dove andremo a finire. Diventare la classica e insignificante goccia nell’oceano. Solo che non è insignificante; è solo minuscola. Minuscola, ma partecipe del respiro delle onde; artefice di ogni meravigliosa increspatura. Protagonista indiscussa del riflesso del proprio pezzetto di cielo.
Questo per l’uomo è tutto.
Per me è quello che sto disperatamente cercando. La mia goccia di altrove.ombre-azzurre2

Bit per cartacce

Il monitor rimandava un riflesso nero di bolle. Il faccione di Jack osservava la propria espressione apatica nella cornice di uno screen saver poco originale. Jack si chiedeva se anche i grandi pensatori, artisti e filosofi fossero soliti alla paralisi vitrea dello sguardo. Probabilmente Michelangelo aveva fissato il marmo senza vederlo, mentre spogliava il Mosè dal suo pesante involucro; uno come Banksy, da passante incognito nelle sue frequenti ispezioni a caccia di muri, che catatonico si blocca in estasi alla brutta parete di relitto industriale. Sguardi naufragati nell’estasi. Trance agonistiche dei campioni dell’arte. Lo stesso per i giornalisti, pazienti scalpellini del quotidiano, nero il segno, bianca la roccia che domani è già vecchia.
Jack non sentiva niente di tutto questo. Lo slancio iniziale dell’estro si era spento dopo i primi articoli e il rendimento era visibilmente calato. Aveva rispettato puntuale tutte le consegne senza dare motivo di lamentela, ma sapeva che di quel passo l’unico posto fisso che avrebbe ottenuto sarebbe stata la sezione necrologi di qualche sperduto giornale locale. “Si sta come di notte su Office i free-lance” sarebbe stato l’epigrafe sulla sua tomba.
«Al diavolo!» pensò, «proverò a cercare qualche suggerimento con Google».
Era stata sua volontà ferrea, all’inizio, quella di vietare ogni intromissione creativa, per meglio dire la tentazione alla scopiazzatura fraudolenta da Twitter e simili. «Oddio, sono abbastanza brillante di mio» disse per convincersi la prima volta che subodorò il pericolo di una trasgressione, «non ho bisogno di ricorrere al plagio di un qualunque casalinga di mezza età desiderosa di comunicare al mondo del web che nella sua inutile vita è riuscito a concepire un pensiero originale!». Ma si ritrovò ben presto a raschiare il fondo del secchio. Il meglio delle suo repertorio – le battute piccanti, le frasi lapidarie, i commenti pungenti – non ressero che per i primi dieci articoli; nei successivi venti palliava la crisi col dizionario dei sinonimi e dei contrari. Negli ulteriori venti chiedeva pietà picchiando disperatamente le dita sulla tastiera.
Jack prese il mouse per spostare il cursore sulla barra del motore di ricerca. Avrebbe spulciato il sito di qualche testata giornalistica tanto per cominciare. Il Corriere nella sezione editoriali andava bene; la pagina si materializzo accompagnata faccione di Pierluigi Battista. «E mo’ questo?» pensò stizzito Jack, «Mi è sempre stato sul culo Battista, persino per quelle poche volte che guardavo Annozero». Senza saperlo semanticamente, seguì l’istinto del pensiero laterale “Ma sì, vediamo che ha scritto questo imbecille”, e lesse l’articolo. Niente. Un polpettone noioso e farcito di sminuzzati periodi ipotetici con tanti condizionali in dovrebbe. Consigli non richiesti per partiti che se ne infischiano comunque. Supervisione e lettura globale.
Per un attimo gli cadde l’occhi sulla sezione commenti. 4. «Qualcuno ha commentato questa pappardella. Vediamo chi…». Valutò un alta probabilità di internauti col Grillo, e infatti così erano i primi tre commenti. Tutti e tre in risposta l’uno dell’altro, concordi e rincaranti. Due ripetevano la parola “fascista”. Il quarto era di tutt’altra pasta.
C’era scritto: «Mi dispiace, ma credo che non averci capito una parola, figuriamoci l’essere d’accordo. La comprensione reciproca è improbabile. Fra partiti, poi, è impossibile. Si può avere l’intesa, data da obiettivi comuni, ma nessuno è interessato ai punti di vista fintanto che i politici dovranno dimostrare ai propri elettori quanto sia forzata e involontaria la loro cooperazione, dovuta sempre a interessi temporanei o a cause superiori. La gente non pensa mai di non aver capito, semmai pensa che siano gli altri che non sanno quello che dicono. Non è una forma di ostilità, è solo indifferenza. Battista, lei sta parlando a vanvera. Solo parlando col cuore si può sperare di essere capiti».
Wow. Jack rimase come basito. Quell’ultima frase: “…parlando col cuore”. Era tutto chiaro adesso. Non l’articolo. La sua vita, almeno quella recente. Aveva smesso di scrivere come si deve perché non si era mai interessato all’oggetto, sovrastato com’era dai tempi serrati. Non aveva coltivato un punto di vista per passione. Per questo aveva sprecato tutto. Dentro sé, Jack già sapeva che i suoi articoli potevano sembrare articolati e brillanti, ma non erano genuini. Solo freddo impegno, nulla di più. Ora aveva capito, adesso poteva rimediare. Prima di rimettersi a lavoro su Word tornò al commento. Il browser era andato in refresh automatico.
C’era un altro commento adesso. IlBraccoM5S rispondeva a Simone85: «Far precedere il gerundio da un tempo indicativo ricorda tanto il Ventennio. Fascista!»

iDont

«Ciao, mi chiamo B»
Corale: «Ciao, B!»
«Ehm… Cosa faccio, mi siedo?»
«Come preferisci, B, l’importante è che ti metti comodo e a tuo agio»
«Ok…»
«Perché non cominci a raccontarci qualcosa di te. In tutta franchezza, ma senza sentirti  in obbligo. Vuoi…?»
«Sì, certo. Uhm, dunque… Sono B, ho trentatré anni e lavoro – lavoravo – per un’agenzia di marketing, qui a Milano. Ho un’auto, una casa, un cane ed ero vicino dall’avere anche una famiglia, ma le cose non hanno funzionato. Poi… Eh, poi, diciamo che mi ero adeguato. Non sono sicuro di saperlo spiegare. Cioè, però voi mi capite, è il motivo per cui sono qui…»
«Ti prego, B, prosegui con il tuo racconto, usa le parole tue»
«Eeeh, sì, va bene, dunque… Ero arrivato al punto in cui mi ero perfettamente integrato in una routine lavorativa. Non c’erano problemi, secondo un certo punto di vista: le mie consegne erano puntuali e apprezzate, la busta paga era bella gonfia e avevo il parcheggio riservato proprio sotto l’ufficio. Eppure percepivo la mia insoddisfazione, anche se non c’era nulla di concreto… era tutto apposto, una favola. Lavoravo come un pazzo, però non al punto da considerarmi un work-addicted. Tuttavia… Vedete, lo sapete meglio di me, per lavorare a volte si comincia a dipendere dai propri strumenti. È essenziale, dal momento che l’istantanea reperibilità dei mezzi di oggi permette di sbrigare compiti che altrimenti richiederebbero l’intercessione dell’altra metà del cielo. Con il mio smart-phone, il computer uniti al grossolano sapere onnisciente di internet ho più volte azzeccato la campagna del cliente di turno. Però dovevo sempre rimanere sul pezzo. Tradotto, col cellulare incollato all’orecchio con internet illimitato per il costo di 20€ al mese. Pensavo di avere la cosa sotto controllo, finché non mi sono accorto che lo spinotto di rete s’era intrufolato invasivamente nel mio tempo libero. Anzi, nemmeno più riuscivo a distinguere il momento in cui mi concedevo un’innocua distrazione da quello in cui setacciavo avidamente la casella postale. Era facile: era soltanto un’altra scheda nel browser. Era tutto sincopato, estremamente alternato. Schizofrenico. Il bello era che non me accorgevo. Perché me ne rendessi conto ho dovuto aspettare che la mia agenzia fallisse e mi mandasse a spasso. Dopo aver aggiornato il curriculum, ho combinato ben poco, ma tutto rigorosamente wired. Nel frattempo per gli amici ero diventato un fantasma di bit e kernel, e mi sapevano vivo fintanto che il mio alter ego digitale commentava i post sull’ultima bravata. Ero in contemporanea aggiornato e terribilmente assente. Solo. Eh, sì, quella da internet era diventata una dipendenza bella pesa. E del tutto inaspettata, considerando che uno di solito pensa alle droghe pesanti – e io solo qualche spinello all’università… Insomma, ho capito che non riuscivo a liberarmene. Per questo sono venuto qui»
Clap clap clap clap!
«B, grazie a nome di tutti, è stato molto toccante. Ora c’è qualcun altro che»
«Scusi, non ho finito. Volevo condividere anche un altro grosso problema che, vede…»
«Ci mancherebbe»
«Prima vi ho parlato del mio problema più… urgente. Partendo da quello, mi sono posto un’interrogativo sulle mie cattive abitudini. Quindi mi sono chiesto se ci fosse qualche parte di me che potessi controllare. Vedete, mi sono informato. Conosco la faccenda dei 12 passi. Condividere la mia esperienza dovrebbe essere liberatorio perché così pubblicamente ammetto la mia resa di fronte a qualcosa più grande di me. Il primo passo: la resa. Ammetto di essere incontrollato. Bé, anche in un altre cose sono incontrollabile. Alle svendite del Libraccio e quando si tratta di insultare apertamente il sistema di valori di qualcun altro. Come questa teoria fasulla dei 12 passi. Ecco, adesso ho cominciato»
«Senti, B, non credo proprio che…»
«Silenzio! Lasci parlare le parole del vostro manualetto: “Passo uno: abbiamo ammesso di essere impotenti… due: siamo giunti a credere che un potere più grande di noi avrebbe potuto riportarci alla ragione“. Altro che potere, è una pazzia»
«Senti, non so chi ti ritieni di essere, ma questa cosa funziona e quindi…»
«Funziona! Certo che funziona e non sapete neanche perché. Qui fate autocoscienza di gruppo, una gran bella cosa che diventa una dipendenza affettiva a sua volta. Non avete bisogno di questo e sopratutto di imbambolare il tutto di superstizioni pagano-cristiana. Senti qua: “Siamo giunti ad accettare, senza riserve, che Dio eliminasse tutti questi difetti del nostro carattere… Passo sei: abbiamo umilmente chiesto a Dio di porre rimedio alle nostre insufficienze“…»
«Adesso comincio ad averne abbastanza! Arrivi qui e che sei come noi e ci insulti? Insultando i tentativi di questi ragazzi insulti loro stessi. C’è qualcosa che ti fa credere di essere migliore? Erudiscici!»
«Non mi credo migliore. Voi dovreste credervi migliori. Forse mancherò di timorosa verecondia, ma Voi-Dovete-Smettere di credere al peccato. Anche se sapete elencarmi tutti i malefici dell’alcool o del fumo, la vostra comprensione è offuscata dal vostro fanatismo nel voler stigmatizzare quelle sostanze. Così neanche i capite i motivi della vostra debolezza. Non dovete disprezzarvi perché voi siete diventati prede della tentazione di turno mentre altri se ne liberano facilmente. Laddove vedete un debolezza c’è soltanto uno dei vostri tratti. Come le gambe corte. E neanche di queste tentazioni è poi detto che siano un male. Conosco uno che è un bibliomane e comprava compulsivamente più libri di quanti ne riesca a leggere. E sapete quando se ne è reso conto? Quando ha trovato un tomo di 450 pagine che non ricordava (di un certo Ernest Kurtz) intitolato Not God: A History of Alcoholics Anonymous. Allora ha capito l’ironia ed è riuscito a darci un taglio. Il tutto senza denigrarsi per prima. Io sono venuto per questo. Per dirvi che siete delle persone meravigliose con le gambe corte. Se incappiamo in qualche ostacolo dobbiamo imparare a saltare più in alto»
Finale aperto
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Watchmen

quis custodiet ipsos custodes
who watches the watchmen?

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Ottobre ’85. Un comico è morto a New York.
Edward Blake – un atletico diplomatico di mezza età – viene gettato nel vuoto dal suo lussuoso attico con misteriosa facilità. Il brutale Rorschach scopre che a Blake corrisponde l’identità segreta del Comico, un vigilante in maschera come lui, in seguito riciclatosi per il governo come addetto tritarifiuti agli affari sporchi. Malgrado una lunga lista di torbidi moventi, per il freddo e paranoico Rorschach una spiegazione spicca sulle altre: qualcuno vuole eliminare i mascherati e ha appena inaugurato col sangue di Blake la sua folle crociata.
Le potenziali vittime comprendono il vecchio gruppo dei Minutemen e la successiva leva degli Acchiappa-criminali. Attivi negli anni ’30 e ’40, dei primi sono pochi quelli sani e integri dopo una perenne vita sul filo del rasoio: la vecchia Spettro di Seta è rinchiusa a rinsecchire in una casa di riposo; il primo Gufo Notturno si è ritirato per scrivere le sue memorie e gestire un’officina di obsolete auto a benzina. Quelli messi meglio. A Dollar Bill hanno sparato, Giustizia Mascherata è scomparso, Falena è impazzito e langue in manicomio. Il Comico è morto.
Roschach porta la notizia a chi rimane. Il primo è il secondo Gufo Notturno, Daniel Dreiberg. Fiacco e disilluso, Dreiberg attraversa la sua crisi di mezza età fra costose attrezzature e ricorrenti fantastie di un ritorno che lui stesso crede sciocco e inutile. Il secondo è l’uomo più intelligente del mondo, Ozymandias, alias Adrian Veidt, uscito allo scoperto per diventare un facoltoso uomo d’affari. Borghese e decadente in tinta con la sua megalomania, sostiene che il suo intelletto – dopo essersi stufato delle piccolezze del mondo criminale – debba dedicarsi ad altre importanti sfide: risolvere i gordiani nodi dei massimi sistemi e disintossicare un futuro sempre più incerto e precario.
Ne rimangono due. Resta da avvertire l’uomo indistruttibile che qualcuno vuole ucciderlo: il dottor Manhattan. L’onnipotente super-uomo che ha ottenuto la coscienza della materia. Un eroe così potente da suscitare, alla sua scoperta, un delirio entusiasta riassunto nello slogan: «Dio esiste ed è americano!». Così potente da diventare il principale deterrente nucleare degli Stati Uniti. Un essere che a seguito della sua onniscienza ha deciso di spogliarsi da ogni residuo di passione umana. Lo sa bene Laurie Juspeczyk, la figlia della prima Spettro di Seta e l’esasperata amante di Manhattan e del suo freddo determinismo.
Sulle sorti di questa difficile coppia e sul tormentato passato del Comico si fanno strada subdole trame sotterranee. Le sorti sono fuori portata; oramai nulla si può risolvere a scazzottate fra pagliacci in costume come prima. Il loro immaginario è penetrato e “il danno è stato fatto!”. Alle porte, l’Olocausto nucleare aspetta; a riguardo, questi anacronistici eroi residuati e la loro stanca morale avranno ancora la loro ultima parola.
Verrà fatta la cosa giusta, alla fine?
No. Perché nulla finisce.
Nulla ha mai fine.


 

Watchmen non a torto è diventato la Bibbia dei fumetti sui supereroi, nonché il suo DSM. Pur essendo una pubblicazione DC Comics, abbandona la continuity tradizionale per elaborare una realtà alternativa più verosimile e orientata allo scopo. In questo nuovo mondo troviamo una società sull’orlo del baratro dove la gente nei riguardi degli eroi non rimane – come spesso rimane – un soggetto passivo. Gli eventi mutano e cambiano seguendo la causalità, intenzionale o involontaria, scatenata dal fenomeno dei vigilanti in costume (qui sconosciuti all’appellativo di “supereroi”). Così scompaiono le grandi famiglie malavitose del continente come pure le auto a benzina; i dirigibili sono i mezzi più diffusi di trasporto aereo e gli Stati Uniti vincono la guerra in Vietnam. Non nasce il movimento “hippie”, bensì quello analogo e più underground dei “nodi”, mentre le proteste del ’77 sono conseguenza di un diffuso sentimento anti-vigilanti.
Di fronte agli accadimenti del mondo, questi vigilanti si ritrovano alle prese, più che contro i loro nemici, contro loro stessi e il loro lato oscuro, sempre immerso in una viziosa e profonda umanità. Proprio qui sta la differenza rispetto ai fumetti tradizionali, dove il focus era incentrato sull’azione nella lotta del nemico di turno. In Watchmen, l’azione latita, ma ciò non penalizza affatto l’atmosfera, tesa e opprimente, mentre il fulcro dello svolgimento è spostato sul senso di mistero e sul sublime confronto tra i personaggi. Dall’intransigente Rorschach, misogino e sessuofobo, al qualunquista Gufo Notturno; da Ozymandias, alla ricerca di un fine più grande, al dottor Manhattan, per il quale la vita non ha più misteri e il tutto appare come un insensato disegno senza scopo.
Nato dalla penna di Alan Moore (ancora lui! già autore di capolavori come V per Vendetta e the Killing Joke) e la matita di Dave Gibbons, il graphic novel di Watchmen è la degna summa theologica di questo genere, tanto diffuso e tanto imitato.
Dopo la lettura di questo ciclo non ci sarà più nulla che non saprete o che vorrete sapere a riguardo.

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Giudizio (fumetto): *****
Giudizio (film): *** e ½

Quella casa nel bosco

Tra tutti i generi cinematografici quello più paralizzato dai clichés e dalle patonze monourlo senza meriti è il genere Horror. Spesso relegato nello scomparto dei B-movies (che ha tutto sommato ha una sua dignità), il genere è particolarmente apprezzato dai produttori per la capacità di essere low cost e di ottenere buoni ricavi sia nelle sale (se ci passano) che al botteghino. Ciò stuzzica inevitabilmente la loro ingordigia, e il loro desiderio di guadagnare di più con facili sensazionalismi prevale sull’ingaggio di bravi sceneggiatori o di attori capaci. A opporsi a questa triste logica ci sono oramai pochi registi di culto. Ma può sempre capitare un colpo di fortuna.

Cinque studenti universitari partono in camper per un week-end in un remoto chalet di proprietà di un lontano cugino di uno di loro. Non hanno idea dell’orrore che stanno per mettere in moto. E sopratutto non hanno idea di quanto questo orrore sia manipolato o di quale sia la sua importanza. Loro infatti non sono vittime casuali, ma proprio degli archetipi scelti per un sacrificio rituale il cui esito è cruciale per le sorti dell’umanità. Ovviamente, le cose non vanno come previsto.

Quella casa nel bosco

Quella casa nel bosco è un mosaico di citazioni e stereotipi narrativi tenuti assieme da una cornice semplice e sublime. Il regista, esordiente al lungometraggio – già sceneggiatore per la serie Buffy e dello spin-off Angel –, rompe la bottiglia omaggiando le pellicole che hanno fatto la storia dell’horror. La venerazione maggiore è per La Casa di Raimi che fornisce l’idea per l’ambientazione e il titolo, nonché il richiamo alla cosmogonia lovecraftiana, approdo e spunto inspiegabilmente dismesso. Non meno importanti sono i richiami a The Cube, per l’apparente crudeltà e insensatezza di un disegno istituzionale nascosto portato avanti con tutti i mezzi di cui la tecnologia è capace. Al margine, il resto del catalogo: It, Shining, Hellraiser e tanti altri vengono aggiunti alla bacheca con un misto di deferenza e ironia. Il film sa distribuire suspense e divertimento soppesando a dosi l’irriverenza per un genere spesso involuto e banalizzato miscelando una trama né nuova, né scontata. Malgrado il film sappia sopratutto intrattenere, non mancano spunti di riflessione, che ognuno può trovar da sé, specie sul rapporto spettatore-spettacolo incarnato nelle figure dei membri dell’organizzazione: osservatori cinici del massacro, coinvolti e al contempo distaccati finché la minaccia non esce dai comandi del pannello per infliggere, stritolare e squartare per davvero.
Un buon film che ricorda al genere tutto quello che era e di come il carosello possa ancora funzionare. Basta oliare bene i cardini.
Giudizio: ***

By Bike

Andare in bici fa benissimo. Non serve neanche la patente. Puoi far da te le riparazioni. È ecologico. Butta giù la pancia.
Peccato, che per usare la bici finisci inevitabilmente nella sacca degli stereotipi di categoria. Infatti i ciclisti sono malati nella testa. Per quale motivo si mettono delle tutine tanto orribili? Quale ragione li spinge a rovinarsi la domenica mattina alzandosi a orari da monastero? Perché cercano a tutti i costi di sembrare più magri dei marciatori? Cosa li spinge a pagare una bici più di quanto costi un Pandino usato? Lo si scopre solo allo stadio finale, quando il tarlo del ciclismo raggiunge l’ipotalamo.
Ma se resisti al contagio puoi riuscire ad apprezzare la bici per quello che è: un mezzo meraviglioso. Ma solo se hai gli occhi giusti per scovare la sua bellezza. Una bellezza che non è la stessa che trovi nel controllo di una frizione a secco o nella potenza di un acceleratore schiacciato a tavoletta. È la possibilità di una fusione. Ogni bici avrà delle specifiche; ma quando ne inforchi una, sei tu chiamato a essere motore, carburante e conducente. È il tuo corpo che entra in una nuova modalità. La migliore per esplorare il mondo. Certo, la velocità è una bella cosa, ma è una vetrina troppo fugace per guardare fuori. L’aria condizionata in auto è un refrigerio, però non ti spiega il paesaggio che si spacca sotto il sole.
La bici, invece, è la contemplazione; più rapida e meno dispendiosa di una passeggiata. È come immaginare di smuovere il creato pezzetto per pezzetto. Sentieri, lampioni, canali, ghiaia, alberi, prati, nuvole e stelle smossi dal piccolo ingranaggio di una formica. Non ti fa sentire grande, ti fa sentire libero.
Così mi sento, adesso che non mi sono ancora trasformato. Ma me lo ricorderò, anche qualora diventassi un mostro in calzamaglia.

Pearls Before Swine; tutti i diritti appartengono a Stephan Pastis

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