Des habituées

La cliente entrò, occhiali scuri e un ricciolo ribelle sfuggito dalla cloche color crema.
«Salve! Benvenuta al mago del caffè, come la posso servire?»
«Un caffè d’orzo, grazie»
«Lo prende al bancone o si siede al tavolino?»
«Mi metto al tavolino»
Si sedette, gli occhi inquieti dietro le lenti scure, le labbra tremanti sbavarono di rosso l’orlo della tazzina. Uscì in una nuvola di profumo, mentre qualche occhio cadeva languido sul suo passo leggero e aggraziato. Non si sapeva, nascosto nel fascino e nell’eleganza di uno status abbiente, del suo cuore in tumulto, di un occhio nero, dell’unghia spezzata sotto la crosta dello smalto nero, di una fuga in cui c’era tutto da perdere.
Più indietro, su un tavolino appartato, tre amici chiacchieravano. Ogni tanto spostavano il discorsi cadeva sullo smartphone, o meglio, ci cade l’occhio, poi guarda questo. È più facile entrare in Mordor che resistere al richiamo.
Una volta era il calcio. Tuttora persiste il culto, ma non è più l’unica chiesa. Lo smartphone. Francamente, non è la fine della civiltà. Una volta ci si perdeva a fantasticare fra le nuvole mentre gli Umpalumpa installavano un tubo di uscita da un orecchio all’altro. Ora lo smartphone a preso il posto del sogno ad occhi aperti. Sono i tempi che cambiano; gli Umpalumpa hanno imparato a vestirsi di jeans e dolcevita nero. I tre amici si mostrano a vicenda anche i video pornografici più assurdi. Condividere diventa fisiologico come pisciare, come assistere alla performance di vespe nelle palle e muscoli rettali campioni di lancio del peso dietro la spintarella del “tanto ci sta”. Ah, la giusta distanza per assistere ai fuochi d’artificio, non si sa mai che la disapprovazione della propria depravazione scoppi vicino.
Bho. Innocuo una bella sega.

Stronzi

Breaking Bad

Cominciare un episodio vuol dire terminarlo. E cominciarne un altro.
Quello che spiega il fenomeno i Dexter, Walking Dead e Breaking Bad vari è che le serie televisive sono fatte con una cura sempre più crescente, talvolta maggiore a quella che si riserva ai prodotti cinematografici. La concorrenza dei serial è crescente, la lotta creativa enorme. Breaking Bad è diverso dai primi due. Non ha un finale brutto come quello di Dexter e non è una sceneggiatura non originale, quindi derivata da un prodotto di solito narrativamente superiore. Breaking Bad è una storia, ed è spaventosamente attuale. Ma non c’è un tentativo subdolo di messaggiare lezioni, è proprio una storia. Una storia dove i personaggi innescano i cambiamenti e ne restano al contempo schiacciati e deformati.
L’incipit di BB è questo: un geniale professore di chimica che il destino ha assegnato a un comune liceo scopre, soffiate le cinquanta candeline, di avere il cancro. Tramite suo cognato, agente DEA (Drugs Enforcement Administration), viene a conoscenza degli ingenti profitti che il commercio dei narcotici può procurare e − entrato casualmente in contatto con un suo ex-allievo ora spacciatore − decide di cucinare metanfetamina di elevata purezza nel poco tempo che gli rimane per non lasciare un eredità di stenti finanziari alla sua famiglia. La doppia vita di mite professore e genio del male dal brutto cappello è presto insostenibile. La dimensione tragica è accresciuta dal contrasto fra il mondo letale del narcotraffico (che minaccia costantemente di porre fine alla sua vita, precedendo il cancro, e al suo piano di accumulo) e quello imbelle della vita quotidiana (dove le apparenze di rispettabilità e dei valori scontati scricchiola sotto il peso di un sistema che proprio giusto non è).
Proprio nel protagonista si combatte una battaglia in sordina, mentre la saga − super-avvincente − pensa a intrattenere noialtri. Walter White, il professore, non è un eroe. È un cattivo, e lo è a tutti gli effetti. Eppure, combatte disperatamente per una causa la cui ragioni riusciamo a comprendere e a giustificare. Agisce avidamente, ma non potrà beneficiare dei soldi. Dice di farlo per la famiglia, ma lo fa sintetizzando una delle droghe più devastanti mai entrate nel giro. Intreccia trame manipolatorie, ma le menzogne che lo proteggono sono fragilissime. Si dichiara un professionista, ma agisce avventatamente. Millanta un vasto potere, ma spesso viene preso a pugni senza troppo sforzo.
La sua è una dimensione drammatica a cui nemmeno lui riesce a dare un senso, e − se ci riesce− non lo fa dialogando con gli altri personaggi. Nessuno in effetti si sforza di comprenderlo, né lui fa qualcosa per aiutarli. Costretto a recitare un ruolo di responsabilità, di insegnante, di marito, di padre, di “socio”, non esplora mai le sue motivazioni, anche se in qualche modo si avvicina a una forma di consapevolezza.
È condannato, lo sa, e si dà per vinto, ma a modo suo.
Gli altri personaggi non sono da meno e − salvo qualche forma stereotipata − formano tutti una corte eccellente di comparse. Jesse, studente e socio di Walter, anche lui è intrappolato in una scia di delitti costretti eppure gli scrupoli che si pone affiorano sempre in maniera quasi naturale. Anche se più immaturo di Walt e sebbene non sia uno stinco di santo, Jesse è il buono e la sua rabbia è sempre “giusta” e disinteressata.
I protagonisti sono fari di empatia dove tutt’attorno avviene la dissoluzione morale dei concetti di bene e male, giusto e sbagliato, lecito e illecito. Il grande sistema viene smantellato in piccole, mostruose contraddizioni dove l’insignificante essere umano prova inutilmente a essere integro mentre il mostro si affaccia e si confonde.

Una serie TV che vi costringerà a finirla voracemente, un monumento alla cura dei dettagli e alla veridicità grazie sopratutto alla precisione degli archi narrativi e alla profondità dei ritratti in una costruzione eccezionale di regia e sceneggiatura.
Difficilmente potrete trovare di meglio.

Voto: *****

Breaking Bad

La grande bellezza

È una recensione difficile. Non saprei confrontare la mentalità del regista Sorrentino rispetto ai lavori precedenti o cogliere le particolarità dei luoghi, le citazioni raffinate e sopratutto i perché delle polemiche. Anzi, forse questi li posso intuire: perché nella decadenza si smuovono prima le suscettibilità dei sentimenti complicati.
È un film bellissimo, per coloro che sono condannati alla sensibilità. Tutto si spiega nel titolo: in esso è intuito – ma non rappresentato – tutto il senso dell’opera. Nell’opera il senso non si trova, non da solo: è un subbuglio di sensazioni; un impatto visivo-sonoro totale. La miseria umana si riduce a una brulicante parentesi sullo sfondo di una meraviglia possente, opaca, ma non alterabile, anche nei piccoli significati dei gesti.
Penso di dover scrivere la poesia che mi è venne in mente, esplicativa più di qualunque commento. Al buon Jep.

Un migliaio di anni da questa notte
quando Orione scalerà il cielo
la stessa rapida neve riempirà i tetti
le stesse pazze stelle correranno in cerchio
chi si ricorderà della guerra in Cina
o dei gas velenosi in Spagna?
I morti saranno dimenticati, perduti
che essi abbiano vinto o perso
ma solo la bellezza, solo la verità, dureranno un migliaio di anni.

Survival di Margaret Moore Meuttmann

La grande bellezzaVoto: s.v.

Nomination ai Liebster Award

Scaglia ha fatto giungere la nomination al Liebster Award, premio per il miglior blog sottovisualizzato.
Siccome ci stia dentro con pieno diritto, mi sento subito di ringraziare Scaglia e di procedere con le regole.
Queste le regole:

  • Ringraziare e rilinkare il blogger e il suo blog di chi presenta la candidatura;
  • Rispondere alle 10 domande poste da chi mi ha nominato;
  • Nominare altri blog con pochi followers;
  • Proporre ai tuoi candidati 10 domande;
  • Andare sui singoli blog e comunicare loro la nomina.

In pratica, questo premio si tratta di un pretesto per passarsi le referenze dei blog nicchieggianti (ma dal bel potenziale) dei propri conoscenti. Sembrerebbe la classica catena di Sant’Antonio, ma invece che essere una banalità indiscriminata e fuori controllo qui sei invitato a scegliere i più bravi e i più sconosciuti. Inutile dire che non esiste nessun premio, ma all’inizio nessuno se ne accorge: “liebster” è una parola che dal tedesco significa “caro, dolcezza”, un tenero vezzeggiativo per coloro che se lo meritano.

Scaglia – spirito libero, intelligente e anticonformista – ha preparato un batteria di domande esigente, che non vuole risposte banali. Cominciamo con
Porti le scarpe in casa?
Sì! E con tutto quello che le scarpe si portano dietro: cicche, fango e materia organica che porta fortuna. Per questo sono stato costretto a mediare un accordo fra il mio spirito pigro e la furia di Mamma, secondo il quale posso entrare con le scarpe solo dietro visto e con una permanenza molto breve.
Che colore attribuiresti alla lettera E?
Giallo. Alla materna dove andavo ognuno aveva il disegnino di un mezzo di trasporto indicante il proprio armadietto, grembiuli ecc. Io ero uno dei pochi, per caso o per disegno, il cui mezzo indicasse le iniziali del proprio nome cognome: l’Elicottero Giallo. Ho ancora una bavaglia con su lo stemma.
Mi sai consigliare un drink per la serata?
Un Negroni. Mi è capitato che in un bar del bolognese non lo sapessero fare (!), ma a Milano va alla grande. È a base di gin e Campari, di solito aggiungono anche vermut e una fetta d’arancia.
C’è una parte dell’alfabeto che non sopporti?
No, oramai non mi confonde più.
Qual è l’ultimo fumetto che hai comprato?
L’ultimo numero di Lilith, scritto da Luca Enoch, edito dalla Sergio Bonelli (quella di Tex e Dylan Dog). Però pensavo, se riesco a trovarlo, di comprarmi una ristampa de “Il Corvo”: [sfilandosi il coltello e porgendolo] «Ci vuoi riprovare, burattino di carne?»
Quando ha iniziato a crescerti la barba seriamente?
Credo mai. Oddio, porto la barba, gli amici mi apostrofano per via della barba e quando mangio me la sporco. Quindi devo spiegarmi meglio: a me cresce molto irregolare, a certi amici invece spunta in una notte come un cimitero di guerra dopo che il gen. Cadorna ordinava l’assalto. Comunque, chiazze o non chiazze, faccia implume o non; la barba è una di quelle cose che riflette la cura del sé e la pazienza che ci vuole. Me la sono fatta crescere prima dei 21 anni.
Quando esci prendi con te anche i fazzoletti?
No. Diventa sì se devo stare di fuori per più di mezza giornata (lezione impartita dai rotoli vuoti dei bagni pubblici) o se sono già raffreddato. Comunque un pacchetto di fazzoletti disusato in tasca spesso lo trovo.
Il ricordo più giovane dentro la tua testa?
Le pareti verdi del salotto. Ora sono bianche.
Che cambio usi in bicicletta?
Finché ne avevo uno, usavo il più duro. Abito in pianura, e poi lo trovavo più gratificante, ti faceva sentire in pieno il contatto coi pedali.

Senza un preciso criterio (tranne uno, cioè che scrivano abbastanza spesso), come bloggers nomino:
Chi ha paura di Virginia Woolf? - Brava e prolifica come una saggia matrona.
Sull’orlo di una crisi di nervi – La testata di un alcolizzato cronico. Una testata vera, sul setto nasale.
Ficatigna – «Goccia che si cruccia in un mare di sale» (cit.)
Acidella – Blogger che in origine è stata la nostra talent scout. Ha una certa campanella sulla pagina iniziale che a non notarla ti farà sussultare ogni volta.
Circle of Confusion – Fotografo narcisista (chiunque sia fissato con Jim Morrison è un narcisista, punto) che ci sa fare e vive senza certezze incrollabili.
Onnimac – Uno spirito sensibile lontano da logiche aggregative
Il circolo dei blogger non scomparsi – Progetto fallito di pubblicazione giornaliera di blogger discontinui. Però suona ancora abbastanza ufficiale.
Il rutto della pianta carnivora – Lo cito perché voglio che risponda alle mie domande
Memorie di una Vagina - Non è proprio un underscore, nel senso che lei è molto brava e se ne sono accorti in tanti. Tuttavia, visto che non viene specificato un tetto di visualizzazioni (da qualche parte ho letto che dev’essere sotto 5.000 al giorno, al mese, chissà), la nomino lo stesso perché – anche se ingiusta nei confronti della sua visibilità – è sempre pubblicità in più.
Come non detto - Blog di Leo Ortolani, l’autore di Rat-man. Stesso discorso.

Ce ne sarebbero ancora un paio, ma li lascio nominare da altri che li seguivano prima di me. È più giusto.
Ai nominati rivolgo le seguenti domande:

  1. Perché un blog?
  2. Qual è la tua più citata fonte d’aforisimi? [de gustibus a parte, spero non sia Vasco]
  3. Qual è l’ultimo fumetto che avresti voluto comprare, ma hai mancato?
  4. Chi ti credi di essere?
  5. Qual è un film che hai guardato in streaming perché non volevi far avere un centesimo ai produttori nonostante tu fossi assolutamente curioso/a di vederlo?
  6. Uomini & donne, luoghi comuni: quale di questi trovi più fondato?
  7. Un articolo uscito su Le Scienza (febbraio 2014) sostiene – sintesi corta e rozza – che tutti noi incorporiamo il sapere di internet come se fosse una nostra capacità e che quelli che lo usano più spesso hanno una stima più alta della propria intelligenza. Avresti mai sospettato una cosa del genere?
  8. Ti sei mai vergognosamente accorto/a di possedere un certo atteggiamento/comportamento che ti fa passere per snob? Qual è?
  9. Scrivono meglio e con più proprietà gli scrittori, i giornalisti, gli editor o i divulgatori scientifici? Motiva la tua risposta, se riesci con una piccola classifica.
  10. Non pensi che nelle nostre vite ci debbano essere più banjo e nozioni scientifico/metodologiche?

Fantasmi di cane

«È stato sconvolgente» disse finalmente D. rompendo il silenzio.
«Sono sconcertato e… nauseato e… Disgustato, spaventato, orripilato, furioso e… furioso, furioso, Furioso!!!». Il fuoco da campo pareva attizzarsi a ogni parola come ad altrettanti soffi di mantice. Gli occhiali di R. rimandavano lo stesso bagliore, ma con la freddezza di un’immagine riflessa; l’immagine che riverbera, ma non penetra. Eppure attraverso le lenti si potrebbero vedere gli occhi inquieti fermi sulle braci a cercare un pensiero che bruciando ne diventava un altro, e un altro, e poi un’istantanea confusione di plasma e fumo. Fissava l’unica cosa che aveva chiara, ovvero l’idea del proprio smarrimento.
«Stai vuotando il sacco, D.? Stai forse cercando di calmarti con un’introspezione da donnicciola?» gli fece R. per distrarlo, stuzzicarlo e distrarsi.
«’Fanculo, R, a te alle tue frecciatine del cazzo»
«Ti sto riportando a terra, cazzologo»
«Ci sono a terra… ci sono». D. aggiunse un fascio di sarmenti particolarmente generoso facendo vacillare la fiamma. Nessuno dei due fece caso alla luce, fioca di protesta. D. si accese una sigaretta assaporando il tabacco e l’odore di legna umida.
«Cosa è successo, R.? Una volta questo era un gran bel posto, un bel paese. Nessuno che ti rompeva, nessuno che sentiva il bisogno di notare “troppo alto, troppo magro, italiano, negro, cinese, musulmano o ricchione”. Se avevi i capelli lunghi bastava averci il cervello sotto per essere capiti e accettati; adesso nessuno ha più voglia di capire, nessuno ha più voglia di accettare». D. tirò con forza e la brace della cicca fu una brillante stella fra le fiamme rimanenti.
«È che tutti hanno paura, ecco che cosa è successo. La gente ha paura…» mormorò R.
«E poi la mettono giù parlando dei tempi d’oro, come piaceva raccontare alla mia ex-vicina di casa. Strade del centro che brulicavano di coppie felici e di bambini, intenti ad ammirare gioielli e gelati. Ora la gente se ne sta a casa e le strade sono deserte. Una interpretazione pittoresca, quella della mia vicina; come le ricordo io le strade erano sempre state deserte. Ma la mia vicina era un’eccentrica e adorabile vecchietta, che viveva su un pianeta tutto suo…»
«Mi ricredo, la gente non ha proprio paura» fece R. senza ascoltare, riprendendo il filo di prima, «La gente si imbroglia da sola, è una fallacia ad populum… Crede a qualcosa ritenuto diffusamente da non si sa chi. E le cose dette diffusamente sono facili da credere, e credere è sempre sufficiente per sapere. Credere di sapere… Non hanno paura di quello che credono di sapere, ma di una cosa più generale».
D. sbuffò: «Ha parlato! E chi sarebbe il cazzologo adesso? Di cos’è che avrebbero paura?»
«Di quello che hai detto te» gli fece R. senza staccare gli occhi dai ciocchi fumanti. Mano a mano, con la lentezza del calore che intacca il combustibile bagnato, gli cresceva dentro la lenta fluenza di un ragionamento difficile, di quelli che si comprendono mentre scorrono all’interno della coscienza, un ruscello fresco che traccia i suoi argini per la prima volta. «Hanno paura di capire. E dell’essere liberi»
«Capire… l’ho detto. Ma libertà? Poi, oggi la libertà è tutto»
«Sì, la libertà è tutto, lo ripetono sempre. Ma sappiamo cos’è veramente la libertà? E l’essere liberi? Libertà e essere liberi sono due cose diverse. È difficile essere liberi. Nessuno che non sia libero si darebbe da fare per allontanare, estromettere, ferire per dimostrarti che lo è. Ah, certo: parlano e riparlano di questa famosa libertà individuale; ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura»
«Eh! La paura non li fa ragionare però, neh?!»
«Bè, li fa ragionare. Ma è un ragionamento di odio, quindi razionale: devi pensare a come ferire l’oggetto odiato. Perché si tratta di oggetti, non più di persone. E allora diventa troppo facile disporre di loro, come di cani randagi. Diventano più pericolosi loro di quelli che non fanno che chiedere le briciole»
«Quelli come noi» concluse D. R. annuì.
Tacquero, fissando la rimonta delle fiamme, mentre gli scoppiettii tracciavano acrobazie di scintille. «Credo che dovremmo fare dei turni di guardia» disse infine D. Furono le ultime parole che si scambiarono prima dell’alba.
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Riqualificazione comunicativa

La grafomania disordinata che mi ritrovo non serve a nessuno. Certo, scrivere serve a riscoprire il proprio lato riflessivo, quello che prolunga le proprie intuizioni in ragionamenti, le proprie preferenze in giudizi, le proprie emozioni in sentimenti. Mi ritenevo uno discreto scrittore, poi ebbi un crollo. Non un crollo emotivo, bensì un crollo di motivazioni. Perché – diciamocelo! – ogni scrittore scrive perché vuole essere letto; e invece la gente legge sempre meno. E di libri ne stampano sempre di più! Lungi da me criticare o dare ragione a ciò che fa la ggente: prendo atto in quanto fatto oggettivo composto. Piuttosto bisogna indagarne le cause. E – con tutta l’ignoranza data dalla mancanza di studi precisi – io ho trovato un colpevole, il più ovvio, il più insospettabile: il libro.
Già, il libro. I libri vengono scritti male. Oggi, ma parliamo di ieri. La cultura letteraria italiana (Montanelli lo ricordava sempre) si è sempre riparata dietro pochi mostri sacri che, oltretutto, quando scrivevano bene lo facevano per sé stessi. Ma il mainstream italiano è sempre stato un altro. Boccaccio era un grande e scriveva usando la lingua del popolo; poi si vergognò, si convertì e si mise a scrivere in latino cose anonime. Perché? Perché i suoi colleghi e i lettori usavano un timbro diverso da quello del Decameron? Il consumatore letterario italiano, dal ’300 in poi, non era il popolano rozzo e analfabeta, ma il Principe. O il Cardinale. O il Ricco in cerca di un blasone nobiliare da comprare con meriti artistici e culturali. In una parola, l’entourage. E quello che vuole l’entourage (sempre e in ogni epoca) è compiacenza: esigono ricercatezza, sofisticherie altisonanti, qualcosa con cui vantarsi con gli amici delle alte sfere. Ma sempre di compiacenza si tratta. Quello che non richiedono è l’accuratezza, il valore istruttivo, il talento anticonformista, l’onestà intellettuale.
L’apologia è stato, e ogni tanto è ancora, il mercato letterario italiano. Gli scrittori passati hanno privilegiato un stile che ha privilegiato l’enfasi vuota e non la sincerità schietta, rovinando irrimediabilmente i rapporti con il resto della gente. La maggioranza dei cittadini – col tempo sempre più istruita – chiedeva concetti chiari, limpidi, basati su punti di vista condivisi e/o condivisibili sulla realtà e non referenzialità incomprensibili date da continui palleggi – da un letterato all’altro – di autorevolezza. Perché letterati e popolo potessero parlare la stessa lingua occorreva che i primi si affacciassero all’uscio di strada e cominciassero a vedere come viveva la gente, per trarne ispirazione. Cosa che invece si guardavano bene dal fare: si sarebbero privati di una rendita sicura, magari per mettersi nei guai contro la mano che li nutriva. Altrove nasceva un mercato libero che permetteva entrate ed indipendenza; in Italia forse è mancato un po’ di coraggio. Gli effetti si vedono ancora oggi.
Forse mi sono dilungato, ma la sintesi è questa: il male sono i libri scritti male.
Si scrivono male per alcuni motivi: per incapacità, per infedeltà alle proprie idee, per trascuratezza… Alcuni scrittori rifilano frasi orripilanti che alla fine sono gli editor a dover aggiustare (loro sanno come si scrive!).
Ecco, io ero diventato trascurato. Brutto da leggere, annoiavo persino me stesso. Il punto è che non mi rileggevo e davo alle stampe, tanto bastava un clic.
Ora mi sono accorto del tremendo errore: senza rilettura non potevo ripulire – oltre ai refusi – i narcisismi, le incongruenze e tutte quelle imperfezioni che vanno a discapito del lettore. Il lettore dev’essere il faro di uno scrittore. Alcuni degli scogli, invece, sono le resistenze personali. Spesso, quando si scrive, si pensa di dover articolare meglio. Così si affastellano subordinate su subordinate, quando ciò che conta è permettere al lettore di farsi una sua idea, non la copia della propria. Ciò non sarebbe possibile, nell’intervento di trapianto perderemmo sia il paziente che l’idea.
Mi sto risollevando dal crollo adesso che ho imparato questa importante lezione: mai far leggere qualcosa senza prima rileggerselo un po’ di volte. Poi esistono centinaia di libri che danno consigli più articolati sulla scrittura (alcuni sono scritti addirittura bene), ma il consiglio maestro resta sempre questo: rileggere, rileggere, rileggere.
Magari si finisce per piacere a qualcuno.

Funerale digitale per idee dimenticate

Sono così pigro che non porterei un lutto troppo a lungo. Lo farei portare da qualcun altro se potessi. Ma non posso. Non si può.
Non ci sono altri conoscenti, quindi cominciamo subito. Niente discorsi: sanno uccidere l’interesse, come le prefazioni. Commenti, quelli sì che vanno bene. Si sforzano sempre di essere brevi; quadrano come la bandiera a un funerale di Stato. Una giusta e generosa manciata di terra. La prima bara…

Prima stanza – Brutalized

La sua parola era legge. Il suo scranno la sua poltrona, la toga di ermellino una canotta dallo stesso motivo a macchie. Dava udienza allo scatolotto televisivo che stava nell’angolo che faceva da soggiorno, e non era permesso disturbarlo. Nelle nostre faccende da sguatteri, noi dovevamo muoverci con la stessa circospezione del topo in prossimità del gatto: il minimo rumore o il minimo pretesto erano sufficienti. Dovevi cercare di non passare troppo vicino, o di farlo senza che si voltasse, perché distoglierlo dallo schermo equivaleva a offrigli il pretesto di sciogliersi la cintura e…
Ci tengo a mio padre, ma in modo… Anche se mi menava, e anche Tessa. La mamma no, perché sapeva che se l’avesse fatto lei l’avrebbe lasciato. Mi portava in giro e mi insegnava la vita. E la vita era lotta, non dovevo farmi mettere i piedi in testa e non avere nessuna paura o pietà per chi me trovavo davanti. Anche se diceva di essere contrario alla violenza, mio padre ha menato spesso chi se lo meritava, non ci vedeva più. Una volta che un altro ambulante gli aveva preso il posto all’angolo dove c’è il mercato, lui gli è andato incontro e senza neanche una parola l’aveva cominciato a prendere a pugni e calci, e testate, era una furia. Ci sapeva fare nel quartiere, aveva una reputazione di rispetto. Anche se era analfabeta faceva quadrare bene i suoi conti, e da ambulante  si è fatto la bancarella, dalla bancarella il negozio e ora è il presidente della circoscrizione dei commercianti di Tiagora.
Di solito ero solo io, era difficile che venisse anche Tessa ad accompagnarci nel giro; stava a casa ad aiutare mamma nelle faccende domestiche. Era più buono quando c’era anche lei, ma perché anche lei è tanto buona e non poteva rimproverarle nulla. Se non era ubriaco.
Quando cominciavano le cinghiate accompagnate da imprecazioni e bestemmie. Era veloce, se lo supplicavamo di smettere. Era giusto a suo modo.
Col patrigno era diverso: mio padre era morto che avevo 11 anni e un’anno dopo la mamma si era risposata. Lui non era giusto, non aveva regole da impartirci, solo botte. Anche a Tessa, anche alla mamma. Era il tipo del “quando il sacco è pieno, lo svuoto”; non importa su chi. Usava la cintura, il mestolo di legno, un tubo di ferro, i pugni, quello che capitava. A volte passava uno settimana senza che accennasse a uno sfogo e a quel punto irrompeva selvaggiamente come una forza della natura. Con mio padre vigeva la minaccia se non obbedivamo; quando invece mancavamo ai nostri doveri le busse si protraevano fino a quando non manifestavamo un segno di asservimento e sottomissione, ed era quasi subito. Questo era giusto. Invece, col patrigno
o non lo rispettavo e avrei fatto di tutto per provocarlo, oramai ero grande. Ma faceva un conto unico, per tutti e tre, e non potevo permettere che ci andasse di mezzo la mia famiglia.

Commento: Prometteva bene. Un ciclo breve di racconti basati sulla teoria psicologica di Lonnie Athens: le comunità fantasma. Prima di diventare vittima perpetua del proprio demone, ogni criminale attraversava quattro fasi, o stanze; in esse si consumava la trasformazione. M’interruppi quando passai l’esame di criminologia.
Tocca a chi tocca.

Annunci

A. a. a. a. a. a. a. Vendesi canotto usato solo una volta per cambiare sponda. Tel. Ramona ad Arona
A. a. a. a. a. a. a. Paolo Soviero – Portiere svincolato cerca ingaggio, bravo a difendere lo specchio, ottimi riflessi.
A. A. A. A. A. A. Adelma – Cerco tesi in scienze politiche, va bene anche se già presentata, possibilmente di stampo progressista.
A. a. a. a. a. a. Baldassarre – Compro Oro

Commento: Niente da dire, non sono bravo a rimanere demenziale a lungo. Sono pigro e noioso, il resto è un sforzo volontario di sembrare diverso.
Il prossimo.

Database frontier

«È… magnifico!»
La luce azzurra dei Led era intermittente e regolare, come il respiro di un neonato addormentato.
«È ancora troppo presto per entusiasmarsi, signore. Il sistema non sarà operativo finché non ci sarà chiaro quali logiche userà per la sua analisi». Il giovane Dave non assomigliava affatto al luogo comune dell’informatico gobbo e arcigno, il suo aspetto lo avvicinava al surfista dalla pelle solare e dai tronco tirato, ma i modi erano sempre prudenti e rispettosi.
Per questo gli piaceva. Piaceva a tutti. Era stata un mossa di gran fiuto portarselo dietro, non era schizzinoso come gli altri cervelloni e non costringeva i tecnici di supporto a sottostare ai suoi capricci (“Questo caffè è troppo freddo, lo voglio bollente!”) prima di vederlo all’opera. Non chiedeva di meglio se non di essere parte del progetto, e contraccambiava lavorando sodo. Anche adesso che avevano attivato il più grande azzardo cibernetico di tutti i tempi – ed era toccato a lui questo onore, a un semplice stagista – non aveva perso la testa per la grandiosità del momento. Ma si sbagliava.
«Lo testiamo subito invece» disse Connor. «Un compito semplice. Il risultato di una partita di basket»
«Ma signore, non è affatto semplice; inoltre dovremmo verificare che tipo di logica spontanea è stata usata per generare…»
«Non serve. Sappiamo quello che gli abbiamo dato. Salvo il kernel è stato tutto creato apposta, siamo al riparo da ogni tipo di malware e i nuovi software che abbiamo progettato garantiscono una lettura anche dei file danneggiati e incompleti»
«Questo lo so, signore» fece Dave, «ma sono troppe le cose che non sappiamo e il sistema…»
«Ma certo, Dave!» continuò Connor con enfasi, «È il primo progetto di questo tipo che sia mai stato realizzato, non sappiamo nulla. Per questo cominciamo con un test»
«Lo so, signore, sono d’accordo, ma potremmo farlo dopo…»
«E perché? Anche a dare una lettura globale della configurazione ci vorrebbe un settimana, senza contare che interromperebbe l’aggiornamento dei dati. Una volta accesa, questa macchina è fatta per restare connessa sul pezzo e allora addio grandi numeri!»
Connor era diventato capo del progetto grazie alla sua ostinazione. Anzi, senza lui e quella non ci sarebbe mai stato nessun progetto. Dave aveva avuto modo di verificarlo: si poteva dilazionare, si potevano fare tutte le verifiche, si potevano invitare donne nella raw room, si poteva sindacare su certe legittime pretese dei ragazzi, però quando si metteva in testa in quel modo non c’era ragione capace di dissuaderlo. Quindi rinunciò dal convincerlo.
«Perché proprio una partita di basket?» chiese.
«Perché è domenica. E poi perché Herbet laggiù scommette in una maniera incallita. Per questo era così motivato: una macchina capace di fare previsioni è il sogno proibito di ogni giocatore d’azzardo. Adesso lo smerdo, poi gli permetto di arricchirsi un po’, e nel frattempo gli metto due gorilla di fiducia che sorveglino che non faccia valige e non fugga con qualche importante segreto. Sempre che ne abbia uno che sia utilizzabile senza conoscere tutti gli altri…»
Dave annuì. Herbert sarebbe stato un pazzo anche solo a pensare di trovare un acquirente disposto a credere a quello che gli avrebbe proposto. Nessuno avrebbe mai creduto che qualcuno avrebbe generato un calcolatore capace di lanciare accuratissime letture semantiche e numeriche su tutti i dati dell’Internet e dei database governativi e di interpretare correttamente qualunque cosa accadrebbe in seguito. Oltretutto, anche se (chi? la Mafia? l’Iran?) avessero potuto mettere in piedi l’OS e i software necessari, non riuscirebbero mai a procurarsi una macchina dalla potenza sufficiente. L’intelligence avrebbe potuto tirare le fila dall’ombra in maniera ancora più subdola e nascosta, grazie a Connor e alla sua idea, per questo hanno pagato così tanto e così bene. Ma era troppo presto.

«Le teorie del comportamento sociale hanno un potere predittivo assai inferiore alle leggi della fisica. Ma oramai noi siamo in grado di costruire modelli validi, anche senza conoscere le leggi, usando le regolarità delle ingenti masse di dati. E ciò permette previsioni accurate»

Gary King

Commento: Incompleto. Emanazione diretta di un articolo de Le Scienze: un ricercatore formato in ingegneria e sociologia parla del suo progetto, che spera di fare più o meno quello che fa Google adesso. Dopo tanto tempo, dopo lo scandalo Datagate, penso sempre che alla fine la realtà supera sempre ogni previsione.
Invidio tantissimo il talento di Scaglia
Stiamo finendo..

Esercizi spirituali

«È davvero necessario?»
Fra Alceo sembrava un po’ intimorito a udire quello cui doveva sottoporsi. Una penitenza si lunga non pareva la solita pratica di mortificazione, andava oltre i parametri di quel dolore scomodo, ma accettabile della vita monastica.
Fra Sabazio, ormai abituato a simili obiezioni, sorrise debolmente in risposta della stizza che si ha quando si deve pazientemente ribadire d’accapo nozioni e propositi a coloro che ne fanno fumo alla vista del primo ostacolo: «Fratello Alceo, la forza della Fede, che è poi quella del nostro Ordine, non risiede nella sapienza della Dottrina o nella contemplazione della preghiera, bensì nella totale disposizione alla obbedienza della legge divina e ai dettami che ne rischiarano la guida terrana. Essa non si raggiunge che con l’adoperarsi a rendere il corpo un totale strumento della volontà».
Era un discorso e un linguaggio che lasciava molto in soggezione i novizi. Fra Sabazio aveva imparato ad adoperarlo e a dosarlo. Ai conversi i paroloni faceva poco presa nella loro ottica sempliciotta di gente curante solo a procurarsi la pagnotta con l’abito; i rampolli, le seconde linee di secondogeniti e terzogeniti, invece si appagavano nel farsi confondere sapendo che erano le pratiche, queste, per arrivare – almeno nel chiostro – a raggiungere il potere. Poi c’erano i genuini, ma costoro, se non appunto con l’intervento divino, diventavano abati o priori. Obiezioni non ce n’erano, e anche questo è parte del voto d’obbedienza alle ragioni superiori. E a queste ragioni Fra Sabazio credeva con cinismo e convinzione.
Fra Alceo si chiuse in un titubante silenzio, mentre Fra Sabazio lo menava per i corridoi. In prossimità della cella, chiese infine quanto sarebbe stato lungo. Il tempo che il Signore vorrà. E lo chiuse dentro.

Il mobilio era povero, come si addice alla vita parca dei monaci. Vi era uno scrittoio con poca carta e poco inchiostro, un flagello, un cilicio, una borraccia di cuoio, un po’ di paglia in un angolo e un inginocchiatoio posto di fronte a un crocifisso. Non c’era altra illuminazione oltre a quella del giorno, che scendeva dalla feritoia come un taglio nella penombra.
Il primo giorno trascorse in tranquilla meditazione su pochi passi della Bibbia scritti sui fogli. Fra Alceo se ne stava seduto sul pagliericcio, mentre l’arco dello spettro solare andava a morire cremisi.
Così si susseguivano i giorni, assieme ai progressi e alle regressioni del pensiero. Il mondo esterno pareva stringersi alla feritoia da dove giungevano solo campane e voci di uccelli. Il cibo si limitava a poco pane e la borraccia tornava a riempirsi senza che lui se ne accorgesse; ogni volta cadeva prima in profondo torpore e al risveglio il pane e l’acqua erano lì, assieme ad altre pagine. Quelle scritte di suo pugno venivano prontamente ritirate con uguale discrezione. Erano innocui pensieri sui versetti già dati. Quando Fra Alceo se ne accorse, venne tentato e cedette al desiderio di chiedere notizie da fuori. Ma non vi erano risposte, solo fogli bianchi, intanto che nella prigionia lo sfiorava il delirio.
La discesa è lenta, eppure improvvisa come qualcosa che cede di schianto secondo i tempi della sua resistenza e il peso della propria angoscia. A lungo in modo naturale non si può resistere senza deformarsi. Dall’incarnato rosa delle prime luci e poi per tutte le sue gradazioni fino alle tinte notturne del blu di Persia, prese a giacere abulico intervallati da scatti di feroci pratiche espiatorie. La calligrafia tremolava folle mentre ripeteva ossessivamente estratti avulsi, uniti e abbandonati come foglie dal vento: «Chi spacca le pietre si fa male e chi taglia la legna corre pericolo; e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti. Darò libero sfogo al mio lamento: se sono colpevole perché affaticarmi invano?». E perorava assieme le richieste di notizie e almeno di conforto. Ma non ne giungevano di nessun tipo.
Una notte, in uno dei suoi oramai irregolari sonni, si svegliò di soprassalto. Credette che a svegliarlo fosse stato uno dei suoi crampi di digiuno; invece nella stanza c’era qualcuno. Credette di distinguerne i contorni per via del movimento, poi si accorse di vedere benissimo nell’oscurità, come se la tenebra stessa si rivelasse per le immagini che conteneva. Lo sconosciuto era accovacciato per terra e sembrava disporre degli oggetti davanti a sé.
«Queste sono le carte, fratello Alceo» fece lo Sconosciuto, «non temere per un piccola superstizione che non verrà sapere nessuno». E gli mostrò cinque carte per il dorso disposte a croce.
«Il matto» disse girando la prima, «un classico. Come carta da gioco è fortissima per l’equivalenza con tutti i semi. Come significato è facilmente intuibile: il folle vagabondo che vaga per le strade del mondo, del  mondo ne rappresenta le infinite possibilità compresa quella del proprio annullamento. Lo sguardo spento che esprime il distacco, il fagotto l’esperienza, il precipizio… La elementi di un nuovo inizio, ottenuto col totale abbandono»
«Oh-oh, ma lo stesso arcano» fece lo straniero con un sorriso sgradevole mentre lo metteva capovolto, «”come sopra così sotto” ha altri significati.  Ogni nuova conquista cognitiva è detratta da un crescente smarrimento che per ritrovare concretezza e coerenza deve rinunciare al proprio libero arbitrio. In poche parole…» e sembrava dirlo con gioia, «…spregiudicatezza e rinuncia alle obiezioni della propria coscienza e dell’onestà intellettuale». Fratello Alceo seguiva stordito, con la mente appannata e il cuore in subbuglio.
Nella seconda carta si distingueva una figura, come imbavagliata, circondata da spade. «L’Otto di Spade, un arcano minore» spiegò l’uomo, «la posizione centrale della carta svela quello che sta succedendo rispetto alla precedente che rende conto del solo passato. La carta nel caso è il Signore della Forza limitata. Non ci vuole molto a capire che si riferisce al tuo stato di prigionia e all’offuscamento dei decorsi». Prese la terza carta, il futuro.
«La Forza» commentò, «il naturale sbocco del tuo tirocinio. È il trionfo dell’intelletto sugli istinti più bassi, la passione stemperata in calma e disciplina, frutto di una disciplina positiva. Oppure…» proseguì con un ghigno rovesciando la figura «è l’esito complementare dove a prevalere è un autocontrollo glaciale. E dalla violenza».
L’uomo indicò le carte scoperte, il braccio orizzontale della croce: «Questa è la linea temporale dei tuoi eventi. Non ha senso indagarli ignorandone le cause personali che li innescano». Dettò questo voltò la carta in sommità.
«Le motivazioni consce. Il Papa, il maestro della fede. Credere in te stesso e nei principi che hai scelto coi voti ti ha portato a questo passo. Persegui l’insegnamento, la volontà di rettitudine, il giusto bilanciamento fra cose terrene e spirituali. Cose che otterrai se ne avrai scrupolo».
L’ultima carta sotto la scialba luce dell’astro rivelandosi sprigionò una tenebra accecante. Le figure si distorsero; lunghe, tremolanti, evanescenti e opache allo stesso tempo. Uno scoglio nero nell’allucinazione, anche lo straniero andava scomparendo, poco alla volta, come sommerso da una lenta marea di tenebre. Fra Alceo era spettatore impotente e abulico dell’allucinazione che travolgeva i suoi sensi. Si sentiva come un corpo estraneo in un mondo più denso e distorto.
«Può bastare, così, fratello. Dico davvero. Ho giocato a fare il mago, ma non ti serve sapere altro».
Fra Alceo, per la prima volta da quando era cominciato l’incubo, ruppe l’ipnosi sorprendendosi di sentire la propria voce chiedere perché.
«Perché adesso ti avrei mostrato la carta delle motivazioni inconsce. E cosa mai avrebbe potuto dirti? La coscienza è il terreno dove razzolano i dubbi, dove prendono un nome a cui vengono assegnate decisioni che li calpestino. Ciò che non ha accesso è troppo insignificante o troppo radicato perché tu debba assumerti un vero impegno. Gli uomini inorridiscono quando sono sfiorati da pensieri che non pensavano di avere. Sgorgano poco alla volta, come acqua da una marcita. E la verità è che affiorano per puro bisogno, perché quei pensieri hanno cessato di essere così fondamentali o così trascurabili. Sono i cambiamenti, ed è naturale. Non è la feccia che risale il pozzo. La feccia… la feccia è quello che rimane. Lascia fare alla natura. Tutta la natura è una bellezza!»
Così diceva la voce d’alghe. Tutto si stava spegnendo.

Queste disordinate reazioni mancano di un impegno di coscienza e le condanna a essere inutili, sterili e infelici. Sai a cosa ti stai ribellando?

sufficienza, divertimento e disgusto

rifiutava il cibo e autoflagellava il corpo in un selvaggio ed eroico sforzo di mortificarcarlo e ridurlo a strumento della volontà

coerenza assorta intensità se essa dice che una cosa è nera dobbiamo arrenderci anche se è bianca; rinunziare totalmente a sé stessi e a rendersi disponibili “come cadaveri”…

Commento: Prossimo a partecipare a un concorso, non feci in tempo per la scadenza. Per la verità, dopo la mia adesione, era quasi impossibile fare a tempo. Diventato inutile, il racconto è pure rimasto fermo. Come spesso succede a chi concepisce uno psicodramma, non ci si riesce mai a risolvere o per la morte come atto di grazia o per l’insanità mentale come prezzo pagato per rimanere vivo.

Eccole qui dunque. Rimaste così com’erano quando le abbandonai: con gli stessi refusi, gli stessi errori, le stesse ingenue svolte narrative che mi deludevano ogni volta. Così: inalterate, incorrotte. Imperfette. Potevano trovare un altra forma, bella e definitiva, ma non avevo più voglia. Per loro e per me ho organizzato questo funerale, per dipartirle per sempre dal mondo delle mezze-idee e delle bozze scalcinanti. Muoiano esse col dubbio di cosa potevano diventare, con l’incertezza del gradimento, col miraggio dell’aneddoto positivo. Muoiano, dunque, muoiano per me. Per il mio benessere. Il benessere di un Geppetto stanco e svogliato. Perché non mi senta più in colpa di non averle fatto le gambe. Addio!

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