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«Ciao, mi chiamo B»
Corale: «Ciao, B!»
«Ehm… Cosa faccio, mi siedo?»
«Come preferisci, B, l’importante è che ti metti comodo e a tuo agio»
«Ok…»
«Perché non cominci a raccontarci qualcosa di te. In tutta franchezza, ma senza sentirti  in obbligo. Vuoi…?»
«Sì, certo. Uhm, dunque… Sono B, ho trentatré anni e lavoro – lavoravo – per un’agenzia di marketing, qui a Milano. Ho un’auto, una casa, un cane ed ero vicino dall’avere anche una famiglia, ma le cose non hanno funzionato. Poi… Eh, poi, diciamo che mi ero adeguato. Non sono sicuro di saperlo spiegare. Cioè, però voi mi capite, è il motivo per cui sono qui…»
«Ti prego, B, prosegui con il tuo racconto, usa le parole tue»
«Eeeh, sì, va bene, dunque… Ero arrivato al punto in cui mi ero perfettamente integrato in una routine lavorativa. Non c’erano problemi, secondo un certo punto di vista: le mie consegne erano puntuali e apprezzate, la busta paga era bella gonfia e avevo il parcheggio riservato proprio sotto l’ufficio. Eppure percepivo la mia insoddisfazione, anche se non c’era nulla di concreto… era tutto apposto, una favola. Lavoravo come un pazzo, però non al punto da considerarmi un work-addicted. Tuttavia… Vedete, lo sapete meglio di me, per lavorare a volte si comincia a dipendere dai propri strumenti. È essenziale, dal momento che l’istantanea reperibilità dei mezzi di oggi permette di sbrigare compiti che altrimenti richiederebbero l’intercessione dell’altra metà del cielo. Con il mio smart-phone, il computer uniti al grossolano sapere onnisciente di internet ho più volte azzeccato la campagna del cliente di turno. Però dovevo sempre rimanere sul pezzo. Tradotto, col cellulare incollato all’orecchio con internet illimitato per il costo di 20€ al mese. Pensavo di avere la cosa sotto controllo, finché non mi sono accorto che lo spinotto di rete s’era intrufolato invasivamente nel mio tempo libero. Anzi, nemmeno più riuscivo a distinguere il momento in cui mi concedevo un’innocua distrazione da quello in cui setacciavo avidamente la casella postale. Era facile: era soltanto un’altra scheda nel browser. Era tutto sincopato, estremamente alternato. Schizofrenico. Il bello era che non me accorgevo. Perché me ne rendessi conto ho dovuto aspettare che la mia agenzia fallisse e mi mandasse a spasso. Dopo aver aggiornato il curriculum, ho combinato ben poco, ma tutto rigorosamente wired. Nel frattempo per gli amici ero diventato un fantasma di bit e kernel, e mi sapevano vivo fintanto che il mio alter ego digitale commentava i post sull’ultima bravata. Ero in contemporanea aggiornato e terribilmente assente. Solo. Eh, sì, quella da internet era diventata una dipendenza bella pesa. E del tutto inaspettata, considerando che uno di solito pensa alle droghe pesanti – e io solo qualche spinello all’università… Insomma, ho capito che non riuscivo a liberarmene. Per questo sono venuto qui»
Clap clap clap clap!
«B, grazie a nome di tutti, è stato molto toccante. Ora c’è qualcun altro che»
«Scusi, non ho finito. Volevo condividere anche un altro grosso problema che, vede…»
«Ci mancherebbe»
«Prima vi ho parlato del mio problema più… urgente. Partendo da quello, mi sono posto un’interrogativo sulle mie cattive abitudini. Quindi mi sono chiesto se ci fosse qualche parte di me che potessi controllare. Vedete, mi sono informato. Conosco la faccenda dei 12 passi. Condividere la mia esperienza dovrebbe essere liberatorio perché così pubblicamente ammetto la mia resa di fronte a qualcosa più grande di me. Il primo passo: la resa. Ammetto di essere incontrollato. Bé, anche in un altre cose sono incontrollabile. Alle svendite del Libraccio e quando si tratta di insultare apertamente il sistema di valori di qualcun altro. Come questa teoria fasulla dei 12 passi. Ecco, adesso ho cominciato»
«Senti, B, non credo proprio che…»
«Silenzio! Lasci parlare le parole del vostro manualetto: “Passo uno: abbiamo ammesso di essere impotenti… due: siamo giunti a credere che un potere più grande di noi avrebbe potuto riportarci alla ragione“. Altro che potere, è una pazzia»
«Senti, non so chi ti ritieni di essere, ma questa cosa funziona e quindi…»
«Funziona! Certo che funziona e non sapete neanche perché. Qui fate autocoscienza di gruppo, una gran bella cosa che diventa una dipendenza affettiva a sua volta. Non avete bisogno di questo e sopratutto di imbambolare il tutto di superstizioni pagano-cristiana. Senti qua: “Siamo giunti ad accettare, senza riserve, che Dio eliminasse tutti questi difetti del nostro carattere… Passo sei: abbiamo umilmente chiesto a Dio di porre rimedio alle nostre insufficienze“…»
«Adesso comincio ad averne abbastanza! Arrivi qui e che sei come noi e ci insulti? Insultando i tentativi di questi ragazzi insulti loro stessi. C’è qualcosa che ti fa credere di essere migliore? Erudiscici!»
«Non mi credo migliore. Voi dovreste credervi migliori. Forse mancherò di timorosa verecondia, ma Voi-Dovete-Smettere di credere al peccato. Anche se sapete elencarmi tutti i malefici dell’alcool o del fumo, la vostra comprensione è offuscata dal vostro fanatismo nel voler stigmatizzare quelle sostanze. Così neanche i capite i motivi della vostra debolezza. Non dovete disprezzarvi perché voi siete diventati prede della tentazione di turno mentre altri se ne liberano facilmente. Laddove vedete un debolezza c’è soltanto uno dei vostri tratti. Come le gambe corte. E neanche di queste tentazioni è poi detto che siano un male. Conosco uno che è un bibliomane e comprava compulsivamente più libri di quanti ne riesca a leggere. E sapete quando se ne è reso conto? Quando ha trovato un tomo di 450 pagine che non ricordava (di un certo Ernest Kurtz) intitolato Not God: A History of Alcoholics Anonymous. Allora ha capito l’ironia ed è riuscito a darci un taglio. Il tutto senza denigrarsi per prima. Io sono venuto per questo. Per dirvi che siete delle persone meravigliose con le gambe corte. Se incappiamo in qualche ostacolo dobbiamo imparare a saltare più in alto»
Finale aperto
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Watchmen

quis custodiet ipsos custodes
who watches the watchmen?

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Ottobre ’85. Un comico è morto a New York.
Edward Blake – un atletico diplomatico di mezza età – viene gettato nel vuoto dal suo lussuoso attico con misteriosa facilità. Il brutale Rorschach scopre che a Blake corrisponde l’identità segreta del Comico, un vigilante in maschera come lui, in seguito riciclatosi per il governo come addetto tritarifiuti agli affari sporchi. Malgrado una lunga lista di torbidi moventi, per il freddo e paranoico Rorschach una spiegazione spicca sulle altre: qualcuno vuole eliminare i mascherati e ha appena inaugurato col sangue di Blake la sua folle crociata.
Le potenziali vittime comprendono il vecchio gruppo dei Minutemen e la successiva leva degli Acchiappa-criminali. Attivi negli anni ’30 e ’40, dei primi sono pochi quelli sani e integri dopo una perenne vita sul filo del rasoio: la vecchia Spettro di Seta è rinchiusa a rinsecchire in una casa di riposo; il primo Gufo Notturno si è ritirato per scrivere le sue memorie e gestire un’officina di obsolete auto a benzina. Quelli messi meglio. A Dollar Bill hanno sparato, Giustizia Mascherata è scomparso, Falena è impazzito e langue in manicomio. Il Comico è morto.
Roschach porta la notizia a chi rimane. Il primo è il secondo Gufo Notturno, Daniel Dreiberg. Fiacco e disilluso, Dreiberg attraversa la sua crisi di mezza età fra costose attrezzature e ricorrenti fantastie di un ritorno che lui stesso crede sciocco e inutile. Il secondo è l’uomo più intelligente del mondo, Ozymandias, alias Adrian Veidt, uscito allo scoperto per diventare un facoltoso uomo d’affari. Borghese e decadente in tinta con la sua megalomania, sostiene che il suo intelletto – dopo essersi stufato delle piccolezze del mondo criminale – debba dedicarsi ad altre importanti sfide: risolvere i gordiani nodi dei massimi sistemi e disintossicare un futuro sempre più incerto e precario.
Ne rimangono due. Resta da avvertire l’uomo indistruttibile che qualcuno vuole ucciderlo: il dottor Manhattan. L’onnipotente super-uomo che ha ottenuto la coscienza della materia. Un eroe così potente da suscitare, alla sua scoperta, un delirio entusiasta riassunto nello slogan: «Dio esiste ed è americano!». Così potente da diventare il principale deterrente nucleare degli Stati Uniti. Un essere che a seguito della sua onniscienza ha deciso di spogliarsi da ogni residuo di passione umana. Lo sa bene Laurie Juspeczyk, la figlia della prima Spettro di Seta e l’esasperata amante di Manhattan e del suo freddo determinismo.
Sulle sorti di questa difficile coppia e sul tormentato passato del Comico si fanno strada subdole trame sotterranee. Le sorti sono fuori portata; oramai nulla si può risolvere a scazzottate fra pagliacci in costume come prima. Il loro immaginario è penetrato e “il danno è stato fatto!”. Alle porte, l’Olocausto nucleare aspetta; a riguardo, questi anacronistici eroi residuati e la loro stanca morale avranno ancora la loro ultima parola.
Verrà fatta la cosa giusta, alla fine?
No. Perché nulla finisce.
Nulla ha mai fine.


 

Watchmen non a torto è diventato la Bibbia dei fumetti sui supereroi, nonché il suo DSM. Pur essendo una pubblicazione DC Comics, abbandona la continuity tradizionale per elaborare una realtà alternativa più verosimile e orientata allo scopo. In questo nuovo mondo troviamo una società sull’orlo del baratro dove la gente nei riguardi degli eroi non rimane – come spesso rimane – un soggetto passivo. Gli eventi mutano e cambiano seguendo la causalità, intenzionale o involontaria, scatenata dal fenomeno dei vigilanti in costume (qui sconosciuti all’appellativo di “supereroi”). Così scompaiono le grandi famiglie malavitose del continente come pure le auto a benzina; i dirigibili sono i mezzi più diffusi di trasporto aereo e gli Stati Uniti vincono la guerra in Vietnam. Non nasce il movimento “hippie”, bensì quello analogo e più underground dei “nodi”, mentre le proteste del ’77 sono conseguenza di un diffuso sentimento anti-vigilanti.
Di fronte agli accadimenti del mondo, questi vigilanti si ritrovano alle prese, più che contro i loro nemici, contro loro stessi e il loro lato oscuro, sempre immerso in una viziosa e profonda umanità. Proprio qui sta la differenza rispetto ai fumetti tradizionali, dove il focus era incentrato sull’azione nella lotta del nemico di turno. In Watchmen, l’azione latita, ma ciò non penalizza affatto l’atmosfera, tesa e opprimente, mentre il fulcro dello svolgimento è spostato sul senso di mistero e sul sublime confronto tra i personaggi. Dall’intransigente Rorschach, misogino e sessuofobo, al qualunquista Gufo Notturno; da Ozymandias, alla ricerca di un fine più grande, al dottor Manhattan, per il quale la vita non ha più misteri e il tutto appare come un insensato disegno senza scopo.
Nato dalla penna di Alan Moore (ancora lui! già autore di capolavori come V per Vendetta e the Killing Joke) e la matita di Dave Gibbons, il graphic novel di Watchmen è la degna summa theologica di questo genere, tanto diffuso e tanto imitato.
Dopo la lettura di questo ciclo non ci sarà più nulla che non saprete o che vorrete sapere a riguardo.

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Giudizio (fumetto): *****
Giudizio (film): *** e ½

Quella casa nel bosco

Tra tutti i generi cinematografici quello più paralizzato dai clichés e dalle patonze monourlo senza meriti è il genere Horror. Spesso relegato nello scomparto dei B-movies (che ha tutto sommato ha una sua dignità), il genere è particolarmente apprezzato dai produttori per la capacità di essere low cost e di ottenere buoni ricavi sia nelle sale (se ci passano) che al botteghino. Ciò stuzzica inevitabilmente la loro ingordigia, e il loro desiderio di guadagnare di più con facili sensazionalismi prevale sull’ingaggio di bravi sceneggiatori o di attori capaci. A opporsi a questa triste logica ci sono oramai pochi registi di culto. Ma può sempre capitare un colpo di fortuna.

Cinque studenti universitari partono in camper per un week-end in un remoto chalet di proprietà di un lontano cugino di uno di loro. Non hanno idea dell’orrore che stanno per mettere in moto. E sopratutto non hanno idea di quanto questo orrore sia manipolato o di quale sia la sua importanza. Loro infatti non sono vittime casuali, ma proprio degli archetipi scelti per un sacrificio rituale il cui esito è cruciale per le sorti dell’umanità. Ovviamente, le cose non vanno come previsto.

Quella casa nel bosco

Quella casa nel bosco è un mosaico di citazioni e stereotipi narrativi tenuti assieme da una cornice semplice e sublime. Il regista, esordiente al lungometraggio – già sceneggiatore per la serie Buffy e dello spin-off Angel –, rompe la bottiglia omaggiando le pellicole che hanno fatto la storia dell’horror. La venerazione maggiore è per La Casa di Raimi che fornisce l’idea per l’ambientazione e il titolo, nonché il richiamo alla cosmogonia lovecraftiana, approdo e spunto inspiegabilmente dismesso. Non meno importanti sono i richiami a The Cube, per l’apparente crudeltà e insensatezza di un disegno istituzionale nascosto portato avanti con tutti i mezzi di cui la tecnologia è capace. Al margine, il resto del catalogo: It, Shining, Hellraiser e tanti altri vengono aggiunti alla bacheca con un misto di deferenza e ironia. Il film sa distribuire suspense e divertimento soppesando a dosi l’irriverenza per un genere spesso involuto e banalizzato miscelando una trama né nuova, né scontata. Malgrado il film sappia sopratutto intrattenere, non mancano spunti di riflessione, che ognuno può trovar da sé, specie sul rapporto spettatore-spettacolo incarnato nelle figure dei membri dell’organizzazione: osservatori cinici del massacro, coinvolti e al contempo distaccati finché la minaccia non esce dai comandi del pannello per infliggere, stritolare e squartare per davvero.
Un buon film che ricorda al genere tutto quello che era e di come il carosello possa ancora funzionare. Basta oliare bene i cardini.
Giudizio: ***

By Bike

Andare in bici fa benissimo. Non serve neanche la patente. Puoi far da te le riparazioni. È ecologico. Butta giù la pancia.
Peccato, che per usare la bici finisci inevitabilmente nella sacca degli stereotipi di categoria. Infatti i ciclisti sono malati nella testa. Per quale motivo si mettono delle tutine tanto orribili? Quale ragione li spinge a rovinarsi la domenica mattina alzandosi a orari da monastero? Perché cercano a tutti i costi di sembrare più magri dei marciatori? Cosa li spinge a pagare una bici più di quanto costi un Pandino usato? Lo si scopre solo allo stadio finale, quando il tarlo del ciclismo raggiunge l’ipotalamo.
Ma se resisti al contagio puoi riuscire ad apprezzare la bici per quello che è: un mezzo meraviglioso. Ma solo se hai gli occhi giusti per scovare la sua bellezza. Una bellezza che non è la stessa che trovi nel controllo di una frizione a secco o nella potenza di un acceleratore schiacciato a tavoletta. È la possibilità di una fusione. Ogni bici avrà delle specifiche; ma quando ne inforchi una, sei tu chiamato a essere motore, carburante e conducente. È il tuo corpo che entra in una nuova modalità. La migliore per esplorare il mondo. Certo, la velocità è una bella cosa, ma è una vetrina troppo fugace per guardare fuori. L’aria condizionata in auto è un refrigerio, però non ti spiega il paesaggio che si spacca sotto il sole.
La bici, invece, è la contemplazione; più rapida e meno dispendiosa di una passeggiata. È come immaginare di smuovere il creato pezzetto per pezzetto. Sentieri, lampioni, canali, ghiaia, alberi, prati, nuvole e stelle smossi dal piccolo ingranaggio di una formica. Non ti fa sentire grande, ti fa sentire libero.
Così mi sento, adesso che non mi sono ancora trasformato. Ma me lo ricorderò, anche qualora diventassi un mostro in calzamaglia.

Pearls Before Swine; tutti i diritti appartengono a Stephan Pastis

Pearls Before Swine; tutti i diritti appartengono a Stephan Pastis

Il padrone del cane

Il cane è il compagno migliore del mondo.
Fra gli animali forse non è il più pulito, il più intelligente, il più forte o il più bravo a cacciare; il più veloce, il più elegante, il più bello. Forse il cane non spicca per doti naturali, ha qualche difetto, ma ha una qualità che lo rende congeniale: è fedele. Non esiste dote più mal riposta. Il cane è l’essere più predisposto alla relazione tossica con la categoria più dannosa della terra dopo le app dei calciatori famosi, ovvero l’uomo. Nelle circostanze preindustriali, le due specie convivevano assieme in una realtà dura e difficile; tuttavia oggigiorno – ora che i pagherò hanno preso il posto delle corvées feudali e i 50€ il posto dello ius primae noctis– l’uomo ha trovato qualcos’altro da poter estorcere da questa simbiosi. Il plagio. Il cane è un essere assolutamente succube e manipolabile, molto più dei bambini, oltretutto che si accontenta di meno. Indipendentemente dal pelo, corto o lungo, il cane è sopratutto spugnoso: assorbe in maniera incredibile i difetti e le paranoie dei padroni, che poi se ne approfittano per ridicolizzarli ulteriormente su Youtube. Tale sopruso è possibile dal momento che il cane è una pessima memoria. Infatti, i cani –dotati solamente di memoria relazionale (non episodica)– non ricordano al dettaglio, possono solo sbilanciarsi in una stima delle circostanze e del rapporto bene/male procuratogli. Ignorando totalmente le specifiche di un torto sepolto nel passato, al cane puoi fare qualunque cattiveria purché venga poi disciolta in favori che sanno di crocchette Friskies e di dipendenza.
Un relazione così sbilanciata non può che mettere in buona luce il compagno canino. La verità è che solo uno dei due ha davvero bisogno dell’altro. Un cane è prigioniero del suo stomaco, ma il padrone…

  • Il padrone nel cane trova qualcuno che lo accetta per i suoi difetti;
  • Il padrone invidia la disinvolta conoscenza rettale che il cane fa degli estranei della propria specie;
  • Il cane ha tanto amore da dare, il padrone piuttosto che amare preferisce comprare un cane;
  • Il cane non vede distinzioni fra le razze, il padrone trova più facile sodalizzare con un cane che con uno dalla pelle più scura;
  • Il cane invecchia in fretta, ma il padrone è vecchio dentro;
  • Il padrone si alimenta della voglia di vivere del proprio cane;
  • Il padrone raramente è vegano perché nessuno vende carne di cane;
  • Il cane fa da spalla al proprio padrone quando vuole rimorchiare ragazze;
  • Il padrone vede il mondo grigio, il cane –con meno colori– no.

Sopportare il proprio padrone è quel genere di cosa che solo un vero amico farebbe. Il cane è un eroe. Bisogna ricordarlo. Sempre.

Caynsham-beagles

La Nazionale parte seconda

Continua:

12 Salvatore Sirigu
Con ben 9 presenze in azzurro è il naturale sostituto di Buffon.

13 Mattia Perin
Entrato da poco nel giro della Nazionale e subito trascurato. Nel giro è stato battezzato “il Fu Mattia Perin”.

14 Alberto Aquilani
Convocato unicamente per dimostrare che nessuno crede in lui.

15 Andrea Barzagli
Un professionista alieno alla sala stampa. Quindi un serio professionista.

16 Daniele De Rossi
Indispensabile menzione, è l’unico nel centrocampo capace di procurarsi un pallone che non provenga dai piedi del n°21. All’occorrenza difensore, mezzala, trequartista, paninaro, antennista e friggitore; è la soluzione preferita da Prandelli quando deve adattarsi a nuovi schemi tattici o ha voglia di mangiare unto senza doversi rivolgere al cuoco della Nazionale. Ogni domenica e lunedì, in incognito coi baffi tiene su DMAX un programma di cucina.

17 Ciro Immobile
Reduce da un campionato stellare, ha colto di sorpresa l’intero reparto tecnico – anche quest’anno puntavano decisi su Gilardino, Pazzini e Matri –, ma non gli esperti di Fantacalcio, che lo ringraziano per aver dimostrato ancora una volta che i sottoproletari sfaccendati hanno più acume e lungimiranza degli addetti ai lavori.

18 Marco Parolo
Parabola su Parolo – “A quel tempo Prandelli girava per la Galilea. Incontrò un uomo con un principio di calvizie e lo convocò. S’imbatté in un uomo con un principio di canizie e fece lo stesso. Finalmente gli venne incontro Marco Parolo, e il c.t. gli chiese: «E tu di che utilità sei?». L’uomo non rispose, ma lo abbracciò e piansero inseme a lungo.”

19 Leonardo Bonucci
Essendo Juventino non poteva mancare.

20 Gabriel Paletta
Cariatide con un pessimo gusto per i capelli.

21 Andrea Pirlo
Regista di fama internazionale al pari di Spielberg e Coppola, è colui che porta avanti questo cinematografo di Nazionale. Cervello fino di brillante intuizione (il suo encefalo è situato nei piedi) è purtroppo penalizzato da un eloquio gutturale, incomprensibile persino dagli studiosi di lingue sumeriche. Virtuoso dell’impostazione, sull’opuscoletto di Coverciano “Italian tactics for dummies” c’è scritto: «Appena prendi la palla non giocarla, ma dalla a Pirlo». È stato il primo e ultimo consiglio dato agli azzurri durante il ritiro pre-mondiale.

22 Lorenzo Insigne
Ala estrosa col vago ricordo della rete; è uno scampolo d’italianità al Napoli, l’orgoglio partenopeo in Nazionale. Lorenzo è riconosciuto per mangiarsi più gol che vocali quando parla. Come Torres è universalmente riconosciuto come fortissimo, anche se le loro realizzazioni stagionali superano a malapena quelle di un difensore. Con lui Prandelli c’ha azzeccato anche se non riuscirà mai a dimostrarlo.

23 Marco Verratti
In un centrocampo molle come il ventre di un rospo, lui è il foruncolo velenoso, anche se per i lanci lunghi telefona ancora a Pirlo. Meritevole di  numeri di maglia più benevoli, Marco è stato preso in considerazione solo a seguito dai tempi stringenti e dalla mancanza di altri candidati. Ultima scelta in Nazionale, nel gruppo è quello che costa di più in chiave di calciomercato, valutato dagli sceicchi ben 20 dromedari e 7 cammelli.

C.T. Cesare Pandelli
Abilissimo allenatore col bernoccolo per i talenti, l’ennesimo (dopo Bearzot, Sacchi e Lippi) che alla seconda avventura in Azzurro si fa stornare il buon fiuto che aveva dai soliti particolarismi tutti italiani. Si dimette con dignità andandosene, segno che forse, probabilmente, certamente è l’ambiente e non l’uomo a essere marcio.

La Nazionale parte prima

La Nazionale italiana di Calcio è il feticcio degli italiani. Troppo pigri per conoscere altri sport, troppo esigenti per sentirsi patrioti; il calcio e la Nazionale sono i canali di sacrosanto sfogo di un popolo che da secoli se ne sbatte dei veri problemi e dell’origine dei propri mali. Ottimi relatori e pessimi ragionatori, gli italiani da sempre consacrano la sfera di cuoio a vera e propria palestra sociologica. Passano dall’autolesionismo compiaciuto quando si perde all’entusiasmo più folle quando si vince; ed è tanto più insensato quest’ultimo quanto più è stata feroce e impietosa l’ultima critica.
Siccome non sono immune da questo contagio nazionale, ho redatto le schede tecniche dei nostri eroici Azzurri con tutti gli strascichi di polemica a cui siamo avvezzi. Scherzando, ovviamente, perché quella di riderci su è l’unica cosa sana da fare. Che oggi contro l’Uruguay si vinca o si perda, questo è l’affresco delle nostre forze e delle nostre debolezze. Forza Azzurri!

 

1 Gianluigi Buffon
Affermatosi nel Parma, si segnalò per la fredda calma fra i pali malgrado la giovane età, confondendo perciò la Federazione che considera promettente un portiere solo quando ha finalmente l’età per essere eletto al Senato. Questo gli ha permesso di superare Zoff come record di presenze in Nazionale esprimendo sempre sicurezza, lealtà, attaccamento alla maglia e al posto da titolare. Fu in particolar modo decisivo nel 2000 quando infortunatosi permise a Toldo di giocare tutte le partite e consentendogli anche di fare anche bella figura nella complicata gara contro l’Olanda. Grande capitano, ancora più grande quando viene finalmente escluso.

2 Mattia De Sciglio
Diventa titolare nel Milan a vent’anni, il che significa due cose: uno, che il suo talento è cristallino e, due, che sa stirare le uniformi e fare un ottimo caffè come tutti i suoi compagni di club under-21. È approdato alla Nazionale un po’ perché si dice che sia l’erede di Maldini; poi per introdurre elementi non juventini nella difesa che sappiano ancora cosa significhi essere ammoniti e come far scattare un fuorigioco senza un arbitro compiacente. Dimostra grande serenità nel gioco senza sentire l’oppressione dell’importanza della gara: già giocando a Milan, quest’anno, ha imparato a incassare figure di merde di squadre non all’altezza del proprio blasone.

3 Giorgio Chiellini
Titolarissimo della Juventus e della Nazionale; gode della fiducia incondizionata del c.t. Prandelli, per il quale svolge anche il ruolo di terzino e sicario professionista. Malgrado la sua assoluta solidità come centrale, possiede un’ottima falcata e corsa favorita dai suoi zigomi pronunciati, aerodinamici e affilati come rasoi. Capace di incursioni in area, segna spesso gol fondamentali che suggellano la sua immensa versatilità al lavoro sporco. Non rientra fra i campioni del 2006, perché all’epoca – lui era impegnato con gli Azzurrini – la Nazionale maggiore gli preferì Materazzi come macellaio del gruppo.

4 Matteo Darmian
Non si sa bene perché questo giocatore sia approdato a Coverciano alla corte degli Azzurri. Il motivo più probabile è questo: scegliendo fra 23 giocatori l’errore è dietro l’angolo. Ciò è stato palese nelle prime partite. Infatti il giovane Matteo è fortissimo: corre, attacca, copre, tira, difende, ci mette volontà e impegno. Sopratutto non è stato riscattato dal Milan, permettendo alla sua carriera di decollare. Il cognome Darmian è stato a lungo equivocato come prova di origine oriunda da Prandelli permettendo alla sua convocazione di andare in porto.

5 Thiago Motta
Provienente dalla cantera del Barcellona (dove faceva da appendiabiti nello spogliatoio), Thiago Motta ha avuto subito modo da giovanissimo di sfogare la sua più genuina e innata capacità: l’immobilismo. Italiano come è italiano il Cristo Redentor, l’origine del suo nome deriva da Thiago di Thiago Silva e Motta dai panettoni di cui fa grandi scorpacciate nel periodo natalizio e non. In Nazionale ritrova lo stesso scopo che aveva al PSG quest’anno: ridurre lo spazio e il tempo a disposizione di Verratti diluendo il suo talento troppo puro per abituarlo agli standard nostrani. È bravissimo a sfornare passaggi storti per i compagni.

6 Antonio Candreva
Laziale spiantato, è abituato a una squadra capace solo di piccoli soprassalti e piccole palpitazioni, pertanto in Nazionale si trova benissimo. In un intervista dice di aver ritrovato tante similitudini con l’ambiente del club, ispecie l’incompatibilità linguistica e la manovra macchinosa e prevedibile. La principale barriera, ha ammesso, è stata quella di adattare la sua velocità alle esigenze di gioco. Pertanto l’ha ridotta al livello 3: corsetta svogliata da riscaldamento nell’ora di ginnastica. Ogni tanto ha ancora l’iniziativa di andare al tiro, quindi in ritiro lo costringono a portare il cilicio come punizione per aver peccato di superbia. Di conseguenza ora tira male.

7 Ignazio Abate
Ala, esterno e poi terzino destro; è un giocatore apparentemente molto versatile, ma che in realtà è stato solamente indietreggiato per invitarlo a crossare meno spesso. Ciononostante, le sue presenze in azzurro sono ancora quelle che riscontrano più perdite nell’inventario dei palloni a fine gara. È affetto da una particolare forma di labirintite che gli mostra il resto del campo obliquo verso sinistra e gli fa ciccare clamorosamente la palla ogniqualvolta viene fatto un assist a Milito. Il contributo dei suoi traversoni lunghi e sbilenchi è importantissimo perché – Pirlo a parte – Abate è uno dei pochi che in Nazionale prova a servire palloni agli attaccanti.

8 Claudio Marchisio
Nella Juventus ha avuto il grande merito di aver portato Pogba alla ribalta internazionale cedendogli il suo posto da titolare. Purtroppo per noi Pogba è francese.

9 Mario Balotelli
La star. Se sentite ancora notizie sugli Azzurri (e non è perché siamo stati cacciati a calci dal girone) è merito suo e delle sue bravate. È il miglio calciatore di colore mai apparso in Nazionale. Ha classe, carattere, caratteraccio, potenza e doti di penetrazione straordinarie. Il suo pensiero è volubile e intermittente il che lo rende un giocatore subdolo e imprevedibile. Proprio perché non è un giocatore banale, tutti gli italiani pensano che non sia ancora un vero Campione. Rappresenta un modello per tutti i giovani che intendono diplomarsi con 60/100 come ha fatto lui.

10 Antonio Cassano
El gordito de Bari, ottima giocatore e ottima forchetta. La sua è stata una crescita lenta e difficile, ma ora può dire che ce l’ha fatta e non ha dovuto ringraziare nessuno per arrivare dove è arrivato. Infatti non ha mai ringraziato la squadra che l’ha lanciato (Roma), né il suo mentore calcistico (Baggio), né la squadra che gli ha pagato l’operazione al cuore (Milan). Misurato e di buon gusto, è stato spesso portavoce dei giocatori della Nazionale e fuori dal campo si distingue (dentro non lo fa) per la pacatezza con cui si rivolge su temi delicati. I simpatici giornalisti italiani battezzano le sue prodezze come “cassanate” e ancora gli stanno dietro sperando che ne combini. Diciamocelo, nello sport i giocatori sono il minore dei due mali…
Non corre.

11 Alessio Cerci
Bomber vero a becco asciutto. Nella sua carriera calcistica ha cambiato quasi più casacche di Zlatan, segno che il ragazzo o è un mercenario o rende solo a patto di certe premesse. Considerato che in Italia soldi non ci sono, delle due è vera la seconda. Ha fatto una stagione eccezionale col Torino facendo con Immobile la coppia d’attacco più forte del campionato. Per ragioni di loico rabesco e perturbazioni astrali, la coppia non è ancora stata sperimentata in Nazionale. Mah!

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