By Bike

Andare in bici fa benissimo. Non serve neanche la patente. Puoi far da te le riparazioni. È ecologico. Butta giù la pancia.
Peccato, che per usare la bici finisci inevitabilmente nella sacca degli stereotipi di categoria. Infatti i ciclisti sono malati nella testa. Per quale motivo si mettono delle tutine tanto orribili? Quale ragione li spinge a rovinarsi la domenica mattina alzandosi a orari da monastero? Perché cercano a tutti i costi di sembrare più magri dei marciatori? Cosa li spinge a pagare una bici più di quanto costi un Pandino usato? Lo si scopre solo allo stadio finale, quando il tarlo del ciclismo raggiunge l’ipotalamo.
Ma se resisti al contagio puoi riuscire ad apprezzare la bici per quello che è: un mezzo meraviglioso. Ma solo se hai gli occhi giusti per scovare la sua bellezza. Una bellezza che non è la stessa che trovi nel controllo di una frizione a secco o nella potenza di un acceleratore schiacciato a tavoletta. È la possibilità di una fusione. Ogni bici avrà delle specifiche; ma quando ne inforchi una, sei tu chiamato a essere motore, carburante e conducente. È il tuo corpo che entra in una nuova modalità. La migliore per esplorare il mondo. Certo, la velocità è una bella cosa, ma è una vetrina troppo fugace per guardare fuori. L’aria condizionata in auto è un refrigerio, però non ti spiega il paesaggio che si spacca sotto il sole.
La bici, invece, è la contemplazione; più rapida e meno dispendiosa di una passeggiata. È come immaginare di smuovere il creato pezzetto per pezzetto. Sentieri, lampioni, canali, ghiaia, alberi, prati, nuvole e stelle smossi dal piccolo ingranaggio di una formica. Non ti fa sentire grande, ti fa sentire libero.
Così mi sento, adesso che non mi sono ancora trasformato. Ma me lo ricorderò, anche qualora diventassi un mostro in calzamaglia.

Pearls Before Swine; tutti i diritti appartengono a Stephan Pastis

Pearls Before Swine; tutti i diritti appartengono a Stephan Pastis

Il padrone del cane

Il cane è il compagno migliore del mondo.
Fra gli animali forse non è il più pulito, il più intelligente, il più forte o il più bravo a cacciare; il più veloce, il più elegante, il più bello. Forse il cane non spicca per doti naturali, ha qualche difetto, ma ha una qualità che lo rende congeniale: è fedele. Non esiste dote più mal riposta. Il cane è l’essere più predisposto alla relazione tossica con la categoria più dannosa della terra dopo le app dei calciatori famosi, ovvero l’uomo. Nelle circostanze preindustriali, le due specie convivevano assieme in una realtà dura e difficile; tuttavia oggigiorno – ora che i pagherò hanno preso il posto delle corvées feudali e i 50€ il posto dello ius primae noctis– l’uomo ha trovato qualcos’altro da poter estorcere da questa simbiosi. Il plagio. Il cane è un essere assolutamente succube e manipolabile, molto più dei bambini, oltretutto che si accontenta di meno. Indipendentemente dal pelo, corto o lungo, il cane è sopratutto spugnoso: assorbe in maniera incredibile i difetti e le paranoie dei padroni, che poi se ne approfittano per ridicolizzarli ulteriormente su Youtube. Tale sopruso è possibile dal momento che il cane è una pessima memoria. Infatti, i cani –dotati solamente di memoria relazionale (non episodica)– non ricordano al dettaglio, possono solo sbilanciarsi in una stima delle circostanze e del rapporto bene/male procuratogli. Ignorando totalmente le specifiche di un torto sepolto nel passato, al cane puoi fare qualunque cattiveria purché venga poi disciolta in favori che sanno di crocchette Friskies e di dipendenza.
Un relazione così sbilanciata non può che mettere in buona luce il compagno canino. La verità è che solo uno dei due ha davvero bisogno dell’altro. Un cane è prigioniero del suo stomaco, ma il padrone…

  • Il padrone nel cane trova qualcuno che lo accetta per i suoi difetti;
  • Il padrone invidia la disinvolta conoscenza rettale che il cane fa degli estranei della propria specie;
  • Il cane ha tanto amore da dare, il padrone piuttosto che amare preferisce comprare un cane;
  • Il cane non vede distinzioni fra le razze, il padrone trova più facile sodalizzare con un cane che con uno dalla pelle più scura;
  • Il cane invecchia in fretta, ma il padrone è vecchio dentro;
  • Il padrone si alimenta della voglia di vivere del proprio cane;
  • Il padrone raramente è vegano perché nessuno vende carne di cane;
  • Il cane fa da spalla al proprio padrone quando vuole rimorchiare ragazze;
  • Il padrone vede il mondo grigio, il cane –con meno colori– no.

Sopportare il proprio padrone è quel genere di cosa che solo un vero amico farebbe. Il cane è un eroe. Bisogna ricordarlo. Sempre.

Caynsham-beagles

La Nazionale parte seconda

Continua:

12 Salvatore Sirigu
Con ben 9 presenze in azzurro è il naturale sostituto di Buffon.

13 Mattia Perin
Entrato da poco nel giro della Nazionale e subito trascurato. Nel giro è stato battezzato “il Fu Mattia Perin”.

14 Alberto Aquilani
Convocato unicamente per dimostrare che nessuno crede in lui.

15 Andrea Barzagli
Un professionista alieno alla sala stampa. Quindi un serio professionista.

16 Daniele De Rossi
Indispensabile menzione, è l’unico nel centrocampo capace di procurarsi un pallone che non provenga dai piedi del n°21. All’occorrenza difensore, mezzala, trequartista, paninaro, antennista e friggitore; è la soluzione preferita da Prandelli quando deve adattarsi a nuovi schemi tattici o ha voglia di mangiare unto senza doversi rivolgere al cuoco della Nazionale. Ogni domenica e lunedì, in incognito coi baffi tiene su DMAX un programma di cucina.

17 Ciro Immobile
Reduce da un campionato stellare, ha colto di sorpresa l’intero reparto tecnico – anche quest’anno puntavano decisi su Gilardino, Pazzini e Matri –, ma non gli esperti di Fantacalcio, che lo ringraziano per aver dimostrato ancora una volta che i sottoproletari sfaccendati hanno più acume e lungimiranza degli addetti ai lavori.

18 Marco Parolo
Parabola su Parolo – “A quel tempo Prandelli girava per la Galilea. Incontrò un uomo con un principio di calvizie e lo convocò. S’imbatté in un uomo con un principio di canizie e fece lo stesso. Finalmente gli venne incontro Marco Parolo, e il c.t. gli chiese: «E tu di che utilità sei?». L’uomo non rispose, ma lo abbracciò e piansero inseme a lungo.”

19 Leonardo Bonucci
Essendo Juventino non poteva mancare.

20 Gabriel Paletta
Cariatide con un pessimo gusto per i capelli.

21 Andrea Pirlo
Regista di fama internazionale al pari di Spielberg e Coppola, è colui che porta avanti questo cinematografo di Nazionale. Cervello fino di brillante intuizione (il suo encefalo è situato nei piedi) è purtroppo penalizzato da un eloquio gutturale, incomprensibile persino dagli studiosi di lingue sumeriche. Virtuoso dell’impostazione, sull’opuscoletto di Coverciano “Italian tactics for dummies” c’è scritto: «Appena prendi la palla non giocarla, ma dalla a Pirlo». È stato il primo e ultimo consiglio dato agli azzurri durante il ritiro pre-mondiale.

22 Lorenzo Insigne
Ala estrosa col vago ricordo della rete; è uno scampolo d’italianità al Napoli, l’orgoglio partenopeo in Nazionale. Lorenzo è riconosciuto per mangiarsi più gol che vocali quando parla. Come Torres è universalmente riconosciuto come fortissimo, anche se le loro realizzazioni stagionali superano a malapena quelle di un difensore. Con lui Prandelli c’ha azzeccato anche se non riuscirà mai a dimostrarlo.

23 Marco Verratti
In un centrocampo molle come il ventre di un rospo, lui è il foruncolo velenoso, anche se per i lanci lunghi telefona ancora a Pirlo. Meritevole di  numeri di maglia più benevoli, Marco è stato preso in considerazione solo a seguito dai tempi stringenti e dalla mancanza di altri candidati. Ultima scelta in Nazionale, nel gruppo è quello che costa di più in chiave di calciomercato, valutato dagli sceicchi ben 20 dromedari e 7 cammelli.

C.T. Cesare Pandelli
Abilissimo allenatore col bernoccolo per i talenti, l’ennesimo (dopo Bearzot, Sacchi e Lippi) che alla seconda avventura in Azzurro si fa stornare il buon fiuto che aveva dai soliti particolarismi tutti italiani. Si dimette con dignità andandosene, segno che forse, probabilmente, certamente è l’ambiente e non l’uomo a essere marcio.

La Nazionale parte prima

La Nazionale italiana di Calcio è il feticcio degli italiani. Troppo pigri per conoscere altri sport, troppo esigenti per sentirsi patrioti; il calcio e la Nazionale sono i canali di sacrosanto sfogo di un popolo che da secoli se ne sbatte dei veri problemi e dell’origine dei propri mali. Ottimi relatori e pessimi ragionatori, gli italiani da sempre consacrano la sfera di cuoio a vera e propria palestra sociologica. Passano dall’autolesionismo compiaciuto quando si perde all’entusiasmo più folle quando si vince; ed è tanto più insensato quest’ultimo quanto più è stata feroce e impietosa l’ultima critica.
Siccome non sono immune da questo contagio nazionale, ho redatto le schede tecniche dei nostri eroici Azzurri con tutti gli strascichi di polemica a cui siamo avvezzi. Scherzando, ovviamente, perché quella di riderci su è l’unica cosa sana da fare. Che oggi contro l’Uruguay si vinca o si perda, questo è l’affresco delle nostre forze e delle nostre debolezze. Forza Azzurri!

 

1 Gianluigi Buffon
Affermatosi nel Parma, si segnalò per la fredda calma fra i pali malgrado la giovane età, confondendo perciò la Federazione che considera promettente un portiere solo quando ha finalmente l’età per essere eletto al Senato. Questo gli ha permesso di superare Zoff come record di presenze in Nazionale esprimendo sempre sicurezza, lealtà, attaccamento alla maglia e al posto da titolare. Fu in particolar modo decisivo nel 2000 quando infortunatosi permise a Toldo di giocare tutte le partite e consentendogli anche di fare anche bella figura nella complicata gara contro l’Olanda. Grande capitano, ancora più grande quando viene finalmente escluso.

2 Mattia De Sciglio
Diventa titolare nel Milan a vent’anni, il che significa due cose: uno, che il suo talento è cristallino e, due, che sa stirare le uniformi e fare un ottimo caffè come tutti i suoi compagni di club under-21. È approdato alla Nazionale un po’ perché si dice che sia l’erede di Maldini; poi per introdurre elementi non juventini nella difesa che sappiano ancora cosa significhi essere ammoniti e come far scattare un fuorigioco senza un arbitro compiacente. Dimostra grande serenità nel gioco senza sentire l’oppressione dell’importanza della gara: già giocando a Milan, quest’anno, ha imparato a incassare figure di merde di squadre non all’altezza del proprio blasone.

3 Giorgio Chiellini
Titolarissimo della Juventus e della Nazionale; gode della fiducia incondizionata del c.t. Prandelli, per il quale svolge anche il ruolo di terzino e sicario professionista. Malgrado la sua assoluta solidità come centrale, possiede un’ottima falcata e corsa favorita dai suoi zigomi pronunciati, aerodinamici e affilati come rasoi. Capace di incursioni in area, segna spesso gol fondamentali che suggellano la sua immensa versatilità al lavoro sporco. Non rientra fra i campioni del 2006, perché all’epoca – lui era impegnato con gli Azzurrini – la Nazionale maggiore gli preferì Materazzi come macellaio del gruppo.

4 Matteo Darmian
Non si sa bene perché questo giocatore sia approdato a Coverciano alla corte degli Azzurri. Il motivo più probabile è questo: scegliendo fra 23 giocatori l’errore è dietro l’angolo. Ciò è stato palese nelle prime partite. Infatti il giovane Matteo è fortissimo: corre, attacca, copre, tira, difende, ci mette volontà e impegno. Sopratutto non è stato riscattato dal Milan, permettendo alla sua carriera di decollare. Il cognome Darmian è stato a lungo equivocato come prova di origine oriunda da Prandelli permettendo alla sua convocazione di andare in porto.

5 Thiago Motta
Provienente dalla cantera del Barcellona (dove faceva da appendiabiti nello spogliatoio), Thiago Motta ha avuto subito modo da giovanissimo di sfogare la sua più genuina e innata capacità: l’immobilismo. Italiano come è italiano il Cristo Redentor, l’origine del suo nome deriva da Thiago di Thiago Silva e Motta dai panettoni di cui fa grandi scorpacciate nel periodo natalizio e non. In Nazionale ritrova lo stesso scopo che aveva al PSG quest’anno: ridurre lo spazio e il tempo a disposizione di Verratti diluendo il suo talento troppo puro per abituarlo agli standard nostrani. È bravissimo a sfornare passaggi storti per i compagni.

6 Antonio Candreva
Laziale spiantato, è abituato a una squadra capace solo di piccoli soprassalti e piccole palpitazioni, pertanto in Nazionale si trova benissimo. In un intervista dice di aver ritrovato tante similitudini con l’ambiente del club, ispecie l’incompatibilità linguistica e la manovra macchinosa e prevedibile. La principale barriera, ha ammesso, è stata quella di adattare la sua velocità alle esigenze di gioco. Pertanto l’ha ridotta al livello 3: corsetta svogliata da riscaldamento nell’ora di ginnastica. Ogni tanto ha ancora l’iniziativa di andare al tiro, quindi in ritiro lo costringono a portare il cilicio come punizione per aver peccato di superbia. Di conseguenza ora tira male.

7 Ignazio Abate
Ala, esterno e poi terzino destro; è un giocatore apparentemente molto versatile, ma che in realtà è stato solamente indietreggiato per invitarlo a crossare meno spesso. Ciononostante, le sue presenze in azzurro sono ancora quelle che riscontrano più perdite nell’inventario dei palloni a fine gara. È affetto da una particolare forma di labirintite che gli mostra il resto del campo obliquo verso sinistra e gli fa ciccare clamorosamente la palla ogniqualvolta viene fatto un assist a Milito. Il contributo dei suoi traversoni lunghi e sbilenchi è importantissimo perché – Pirlo a parte – Abate è uno dei pochi che in Nazionale prova a servire palloni agli attaccanti.

8 Claudio Marchisio
Nella Juventus ha avuto il grande merito di aver portato Pogba alla ribalta internazionale cedendogli il suo posto da titolare. Purtroppo per noi Pogba è francese.

9 Mario Balotelli
La star. Se sentite ancora notizie sugli Azzurri (e non è perché siamo stati cacciati a calci dal girone) è merito suo e delle sue bravate. È il miglio calciatore di colore mai apparso in Nazionale. Ha classe, carattere, caratteraccio, potenza e doti di penetrazione straordinarie. Il suo pensiero è volubile e intermittente il che lo rende un giocatore subdolo e imprevedibile. Proprio perché non è un giocatore banale, tutti gli italiani pensano che non sia ancora un vero Campione. Rappresenta un modello per tutti i giovani che intendono diplomarsi con 60/100 come ha fatto lui.

10 Antonio Cassano
El gordito de Bari, ottima giocatore e ottima forchetta. La sua è stata una crescita lenta e difficile, ma ora può dire che ce l’ha fatta e non ha dovuto ringraziare nessuno per arrivare dove è arrivato. Infatti non ha mai ringraziato la squadra che l’ha lanciato (Roma), né il suo mentore calcistico (Baggio), né la squadra che gli ha pagato l’operazione al cuore (Milan). Misurato e di buon gusto, è stato spesso portavoce dei giocatori della Nazionale e fuori dal campo si distingue (dentro non lo fa) per la pacatezza con cui si rivolge su temi delicati. I simpatici giornalisti italiani battezzano le sue prodezze come “cassanate” e ancora gli stanno dietro sperando che ne combini. Diciamocelo, nello sport i giocatori sono il minore dei due mali…
Non corre.

11 Alessio Cerci
Bomber vero a becco asciutto. Nella sua carriera calcistica ha cambiato quasi più casacche di Zlatan, segno che il ragazzo o è un mercenario o rende solo a patto di certe premesse. Considerato che in Italia soldi non ci sono, delle due è vera la seconda. Ha fatto una stagione eccezionale col Torino facendo con Immobile la coppia d’attacco più forte del campionato. Per ragioni di loico rabesco e perturbazioni astrali, la coppia non è ancora stata sperimentata in Nazionale. Mah!

Il pianoforte

Nessuno strumento è comparabile al pianoforte; forse il violino. Questo paragone s’installa nella testa dei genitori quando cominciano ad accarezzare velleità musicali per conto dei loro figli. L’età di quest’ultimi è intorno agli anni in cui cominciano a essere meno coccolosi anche se hanno già imparato a farla nel vasino. Eccolo! pensano i genitori, il segnale per capire che possono svolgere compiti più complicati. Poi la musica fa un gran bene al cervello, e poi è l’età giusta per diventare grandi pianisti…
Questo gran torto dei genitori non c’è, la musica è davvero un toccasana, ma è proprio il pensare al figlio come il futuro demiurgo in frac dal polpastrello facile all’avorio che non va giù. Questo è il genere di aspettativa che induce i pargoli a pensare che non stiano facendo qualcosa per sè stessi. È la situazione che li rende svogliati, lenti e oppositivi al trapasso di nozioni e allo studio.
A questo stadio il percorso può decorrere in due modi: il bambino si entusiasma perché tutto sommato riesce (o perché ha un bravo maestro capace di motivarlo); il bambino si sente in colpa. Proprio quest’esito (il primo è un colpo di fortuna) ci fa capire quanto sia facile riuscire orribili e subdoli anche quando si cerca di offrire un’opportunità. Il difetto risiede sempre nelle motivazioni: lo facciamo per lui o per la nostra voglia di revanscismo da una vita priva di soddisfazioni? Al momento di annunciare la decisione presa, la ragione ipocrita dell’adulto emerge quasi immediatamente.
«Figlio, ho deciso di iscriverti a pianoforte così potrai cominciare a suonarlo»
«…Perché?»
«Perché ti piacerà!»
«Papà, perché non mi compri un videogioco, invece?»
«Perché ti piacerà di più il pianoforte! Alla tua età mi sarebbe piaciuto molto poterlo suonare, soltanto che non me lo potevo permettere»
«…Perché non te lo compri adesso il pianoforte?»
A questo punto, se il genitore non fosse uno di quegli esseri rassegnati alla propria ruggine, potrebbe spuntarla il bimbo. Il papà comprerebbe un pianoforte, giustificherebbe la spesa alla moglie dicendo che è per il piccolo, trascorrerebbe molte ore felice finché – per emulazione – anche il figlio finalmente si appassionerà al pianoforte. Più spesso, purtroppo, l’impostazione paternale del discorso lo fa inesorabilmente proseguire.
«Eh. Adesso non posso. Sono troppo occupato a lavorare, a guidare, a pagare le bollette e a guardare la tv. Mi sa proprio che stavolta tocca a te, figliolo»
«Ok, papà! [Tanto smetterò dopo due anni]»
La cosa che entrambi non sanno è che l’infarinatura musicale e il rancore lo trasformeranno in una stella dell’Heavy Metal.
Grooooooooooooooooooooooowl!!!piano

Des habituées

La cliente entrò, occhiali scuri e un ricciolo ribelle sfuggito dalla cloche color crema.
«Salve! Benvenuta al mago del caffè, come la posso servire?»
«Un caffè d’orzo, grazie»
«Lo prende al bancone o si siede al tavolino?»
«Mi metto al tavolino»
Si sedette, gli occhi inquieti dietro le lenti scure, le labbra tremanti sbavarono di rosso l’orlo della tazzina. Uscì in una nuvola di profumo, mentre qualche occhio cadeva languido sul suo passo leggero e aggraziato. Non si sapeva, nascosto nel fascino e nell’eleganza di uno status abbiente, del suo cuore in tumulto, di un occhio nero, dell’unghia spezzata sotto la crosta dello smalto nero, di una fuga in cui c’era tutto da perdere.
Più indietro, su un tavolino appartato, tre amici chiacchieravano. Ogni tanto spostavano il discorsi cadeva sullo smartphone, o meglio, ci cade l’occhio, poi guarda questo. È più facile entrare in Mordor che resistere al richiamo.
Una volta era il calcio. Tuttora persiste il culto, ma non è più l’unica chiesa. Lo smartphone. Francamente, non è la fine della civiltà. Una volta ci si perdeva a fantasticare fra le nuvole mentre gli Umpalumpa installavano un tubo di uscita da un orecchio all’altro. Ora lo smartphone ha preso il posto del sogno ad occhi aperti. Sono i tempi che cambiano; gli Umpalumpa hanno imparato a vestirsi di jeans e dolcevita nero. I tre amici si mostrano a vicenda anche i video pornografici più assurdi. Condividere diventa fisiologico come pisciare, come assistere alla performance di vespe nelle palle e muscoli rettali campioni di lancio del peso dietro la spintarella del “tanto ci sta”. Ah, la giusta distanza per assistere ai fuochi d’artificio, non si sa mai che la disapprovazione della propria depravazione scoppi vicino.
Bho. Innocuo una bella sega.

Stronzi

Breaking Bad

Cominciare un episodio vuol dire terminarlo. E cominciarne un altro.
Quello che spiega il fenomeno i Dexter, Walking Dead e Breaking Bad vari è che le serie televisive sono fatte con una cura sempre più crescente, talvolta maggiore a quella che si riserva ai prodotti cinematografici. La concorrenza dei serial è crescente, la lotta creativa enorme. Breaking Bad è diverso dai primi due. Non ha un finale brutto come quello di Dexter e non è una sceneggiatura non originale, quindi derivata da un prodotto di solito narrativamente superiore. Breaking Bad è una storia, ed è spaventosamente attuale. Ma non c’è un tentativo subdolo di messaggiare lezioni, è proprio una storia. Una storia dove i personaggi innescano i cambiamenti e ne restano al contempo schiacciati e deformati.
L’incipit di BB è questo: un geniale professore di chimica che il destino ha assegnato a un comune liceo scopre, soffiate le cinquanta candeline, di avere il cancro. Tramite suo cognato, agente DEA (Drugs Enforcement Administration), viene a conoscenza degli ingenti profitti che il commercio dei narcotici può procurare e − entrato casualmente in contatto con un suo ex-allievo ora spacciatore − decide di cucinare metanfetamina di elevata purezza nel poco tempo che gli rimane per non lasciare un eredità di stenti finanziari alla sua famiglia. La doppia vita di mite professore e genio del male dal brutto cappello è presto insostenibile. La dimensione tragica è accresciuta dal contrasto fra il mondo letale del narcotraffico (che minaccia costantemente di porre fine alla sua vita, precedendo il cancro, e al suo piano di accumulo) e quello imbelle della vita quotidiana (dove le apparenze di rispettabilità e dei valori scontati scricchiola sotto il peso di un sistema che proprio giusto non è).
Proprio nel protagonista si combatte una battaglia in sordina, mentre la saga − super-avvincente − pensa a intrattenere noialtri. Walter White, il professore, non è un eroe. È un cattivo, e lo è a tutti gli effetti. Eppure, combatte disperatamente per una causa la cui ragioni riusciamo a comprendere e a giustificare. Agisce avidamente, ma non potrà beneficiare dei soldi. Dice di farlo per la famiglia, ma lo fa sintetizzando una delle droghe più devastanti mai entrate nel giro. Intreccia trame manipolatorie, ma le menzogne che lo proteggono sono fragilissime. Si dichiara un professionista, ma agisce avventatamente. Millanta un vasto potere, ma spesso viene preso a pugni senza troppo sforzo.
La sua è una dimensione drammatica a cui nemmeno lui riesce a dare un senso, e − se ci riesce− non lo fa dialogando con gli altri personaggi. Nessuno in effetti si sforza di comprenderlo, né lui fa qualcosa per aiutarli. Costretto a recitare un ruolo di responsabilità, di insegnante, di marito, di padre, di “socio”, non esplora mai le sue motivazioni, anche se in qualche modo si avvicina a una forma di consapevolezza.
È condannato, lo sa, e si dà per vinto, ma a modo suo.
Gli altri personaggi non sono da meno e − salvo qualche forma stereotipata − formano tutti una corte eccellente di comparse. Jesse, studente e socio di Walter, anche lui è intrappolato in una scia di delitti costretti eppure gli scrupoli che si pone affiorano sempre in maniera quasi naturale. Anche se più immaturo di Walt e sebbene non sia uno stinco di santo, Jesse è il buono e la sua rabbia è sempre “giusta” e disinteressata.
I protagonisti sono fari di empatia dove tutt’attorno avviene la dissoluzione morale dei concetti di bene e male, giusto e sbagliato, lecito e illecito. Il grande sistema viene smantellato in piccole, mostruose contraddizioni dove l’insignificante essere umano prova inutilmente a essere integro mentre il mostro si affaccia e si confonde.

Una serie TV che vi costringerà a finirla voracemente, un monumento alla cura dei dettagli e alla veridicità grazie sopratutto alla precisione degli archi narrativi e alla profondità dei ritratti in una costruzione eccezionale di regia e sceneggiatura.
Difficilmente potrete trovare di meglio.

Voto: *****

Breaking Bad

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